La foia della distanza

 

Di solito si parla sempre delle storie a distanza

in termini negativi, lamentando l’assenza,

il vuoto e la malinconia che ne derivano.

E anch’io sono d’accordo.

Ma se dovessi provare a descriverne i lati positivi,

direi anzitutto dello spazio che ci è dato.

Lo spazio, la distanza, sono incredibilmente utili 

quando dobbiamo lavorare su noi stessi, 

smussare gli angoli dell’insicurezza e della paura; 

è molto difficile,

quindi si ha bisogno di spazio per non 

gettare addosso la fatica di questo lavoro

sulla persona che ci è accanto.

Direi poi della foia.

Sì, perché dopo una o due settimane senza sesso

hai così tante scimmiette sulla schiena

che ci potresti aprire un circo.

Allora la prima volta è una sveltina,

la foga cinge i corpi, si mescola 

agli umori, ai sospiri;

la foga però non esaurisce la foia

e dopo pochissimo si è di nuovo 

l’uno sull’altra

senza fretta,

l’orgasmo non è più una voragine

da cui si fatica a stare lontani,

è sempre vicino, solo che ci si gode meglio

il viaggio, ci si prende il tempo per cambiare

posizione, ci si dice adorabili porcherie

e si viene ancora più intensamente,

come se avessimo piccoli sensori

su ogni poro. Come se ne avessi a decine 

sui capezzoli.

Se non la puoi colmare,
puoi almeno provare a godertela, la distanza.
P.S. Quel disegno meraviglioso è di Petites Luxures.
Vivamente consigliato.

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Sua Avvenenza | Racconto erotico #1

Mi trovate al localino vintage di Monti, 

preparo cocktail, sono quella in mezzo ai mazzi di menta.
A volte scopo con i clienti, non sempre.
Stasera è venuto il ragazzo che ho
soprannominato Sua Avvenenza,
ogni tanto si siede qui a bere da solo.
Mi ha chiesto un Rusty nail,
un cocktail fatto di whisky 
e drambuie, un liquore mescolato con miele
e altri aromi tenuti segreti.

Adoro il drambuie, soddisfa la mia fissa per le spezie,
mi fa pensare a vecchie carampane che pestano erbe per
preparare antichi rimedi. Io al massimo pesto il limone,
la menta e lo zucchero di canna.
Sua Avvenenza è veramente un figo,
ha l’aria assente, fredda e mentre lo guardo mi 
sembra di stare al cinema, lo vedo in 16:9.
Si siede al banco davanti a me e io gli servo il cocktail,
alla fine aggiungo pure una ciliegia, una goduria 
con il Rusty nail.
Mi ringrazia a bassa voce
e comincia a bere piano.
Quel cocktail è forte.
Le mie colleghe parlottano di lui,
lo guardano, ridacchiano.
Io mi limito ad agitare le tette davanti al suo 
naso mentre shakero
e non me lo filo manco di pezza.
Sono incasinata, è sabato sera, ognuno 
vuole il suo fottuto cocktail, e io pesto,
diluisco, mescolo, shakero, riempio
i bicchieri di ghiaccio, tanto ghiaccio,
e nel frattempo mi estraneo;
pure mentre stai urlando
che vuoi un vodka lemon
 io penso solo a prepararlo,
come una macchina.
Dopo mezz’ora lui è ancora lì e me ne
chiede un altro. Stavolta mi guarda e alza
un po’ la voce per farsi sentire.
Fa un mezzo sorriso imbarazzato.
Quanto è bello.
Glielo servo, mentre una mia collega
si sporge fino al mio orecchio
per dirmi un po’ di porcate su di lui.
Sorrido e abbasso lo sguardo,
allungo un rum e coca a una ragazza,
A fine turno rimango da sola,
stasera chiudo io. Mi siedo sul gradino
del bancone e bevo anch’io un Rusty nail,
quel tizio mi ha fatto venire voglia.
Il colpo di grazia mi ci voleva,
sono stanca, ho le dita umidicce,
odorano di limone, di menta, ho le unghie piene di zucchero
di canna e le mani appiccicose d’alcol e succo di mirtillo.
Appoggio la testa al bancone,
il cocktail mi rende brilla velocemente.
Sento che entra qualcuno, cerco di ricompormi come posso

– Siamo chiusi, dico in automatico,
poi vedo scarpe e pantaloni scuri. 
Alzo lo sguardo, è lui, lo strafigo del Rusty nail.
– Cosa bevi?
È gentile nei modi e non è smorfioso.
– Il Rusty nail, mi hai fatto venire voglia.
Si accovaccia vicino a me e mi dice che lo
faccio molto bene. Poi allunga la mano verso
di me, la infila sotto la minigonna. Mi tocca piano,
delicatamente, scopre che sono bagnata. Non scopo da
un mese, la foia è con me.
Sento un formicolio
potente e un gran calore, là in mezzo.
Lui mi guarda mentre muove le dita
con gentilezza. Io appoggio il bicchiere e mi godo
il momento. Il tizio si inginocchia, mi dispiace
per i suoi pantaloni, il pavimento fa schifo.
Mi toglie gli slip, li tiene in una mano e avvicina
la testa al mio sesso; prima di infilarla
sotto la minigonna mi lancia un’occhiata.
Bramo un orgasmo.
Liscio, grazie.

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"Questo è il mio spazio, quello è il tuo"

Guardateli questi due qui sopra, come sono in equilibrio. Non invadono l’uno lo spazio dell’altro,
eppure sono molto vicini.
Io questa cosa dello spazio l’avevo sottovalutata,
in tutti i sensi. E invece è fondamentale.
Il colore di una stanza può cambiare l’umore.
Anche in una storia lo spazio è importante.
“Questo è il mio spazio, quello è il tuo, io non 
entro nel tuo, tu non entri nel mio”.
Non vuol dire che non lasciamo entrare nessuno nella nostra vita,
vuol dire solo che è giusto lasciare lo spazio per viverla
nel modo in cui ci si sente a proprio agio.
Bisogna lasciare lo spazio, la libertà di essere sé stessi.
Bisogna lasciarlo per esprimere quello che 
sentiamo nel modo in cui ci viene spontaneo,
senza esigere.
Non si può stare con qualcuno in modo assoluto,
bisogna stare anche con sé stessi, nel proprio
spazio. È lì che possiamo ritrovarci, è lì che 
ricarichiamo le batterie per non sfogare sull’altro
il proprio malessere.
Bisogna curare il proprio spazio, perché è vita.
Pure scopare sempre nello stesso posto non va bene,
siete d’accordo?
E niente, oggi avevo voglia di sentenziare
sullo spazio.

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Un bicchiere di vino per me sola

Vi capita mai di uscire da soli, sedervi da
qualche parte e concedervi una cosa da bere?
La mia coinquilina è astemia, studia,
ha freddo, è stanca, e così se mi gira di uscire
last minute mi ritrovo spesso da sola.
Giorni fa sono andata in un locale
che ho scoperto da poco, piccolo, accogliente
e bellissimo, dove ho notato sin da subito
la gentilezza del personale.
Adoro sedere al bancone, quando vado lì
lo faccio sempre. Se ti siedi al bancone non 
ti va poi così tanto di isolarti.
L’altro giorno,
ispirata dalla copertina col bicchiere Martini, ho portato
con me La tregua di Mario Benedetti,
visto che stavo andando in un bar. Che fantasia, eh?
Ho sorseggiato del vino rosso e per un’oretta
mi sono immersa nella lettura
come non succedeva da giorni.
Succhiavo olive bianche, rosicchiavo bruschette
e sorbivo vino, prima di cena.
Ce n’è qualcuno tra voi?
A me ispirano racconti, i bartender.
Vi piacerebbe leggere racconti zozzi su
qualcuno che sa preparare un cocktail come 
si deve?

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Questa è l’intimità

Qualche sera fa mi trovavo a San Lorenzo, 
un quartiere romano un po’ malfamato.
Frequentato da giovani universitari,
è disseminato di locali e di ragazzi che
a ogni angolo ti chiedono se vuoi del fumo.

Me ne stavo in questa vineria a bere un bicchiere di bianco
– è tutta l’estate che bevo vino bianco –
accanto al mio tavolo c’erano due donne
sedute davanti a uno spritz
e un tripudio di olive, arachidi
e patatine.

Una di loro parlava a voce alta, gesticolava animatamente
 e quando ho prestato ascolto alla sua voce
ho sentito (tutti hanno sentito):

… questa è l’intimità, il tuo uomo che, quando
tornate a casa, ti toglie le mutandine
e se le porta al naso. Poi le butta via e ti lecca
la fica fino a farti venire, senza che tu vada prima al bagno.

Questa è l’intimità, è il tuo uomo che ti guarda
venire, e che mentre viene ti dice “guardami,
guarda cosa mi fai”.

Questa è l’intimità, è evitare di nascondere le proprie
paure e mostrarle all’altro come mostri il tuo orgasmo.

Questa è l’intimità, è il tuo uomo che si addormenta
con la faccia fatta dei tuoi umori; intimità vuol dire
non togliere via i rispettivi umori dal
viso, prima di baciarsi.

Questa è l’intimità, ripeteva come un mantra.
Questa è l’intimità.

E chi sedeva ai due o tre tavoli vicino al suo,
alla fine ha applaudito.

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Sogni erotici e un pizzico di Hitchcock

Ecco, stanotte ho sognato che tornavo sui banchi
di scuola, la mia vecchia scuola media,
per imparare non so cosa.
Guardavamo le scene di un film di Hitchcock
e leggevamo passi del libro da cui era stato tratto,
il nostro insegnante era Goffredo Fofi, ‘na cosetta, proprio.
E mentre seguivo la lezione il ragazzo
seduto vicino a me lasciava scivolare
la mano tra le mie cosce, una mano da chitarrista,
con le unghie un po’ lunghe; percorreva i
miei jeans scuri e raggiungeva il mio sesso.
Poi le dita cominciavano a muoversi in tondo, per stimolarmi,
 io mi eccitavo e volevo fargli sapere quanto mi piacesse.
“Vuoi che arrivi all’orgasmo, qui a lezione?”
ansimavo.
Allora ha ritirato la mano, ma, prima di andare via,
mi ha cinto la nuca con un braccio
e mi stampato un bacio sulle labbra, 
come fossimo alle medie.
La cosa che ricordo con piacere era che
sorrideva. Era felice di avermi agguantata.
Mi sono svegliata accaldata, sudata, il sogno ancora
vivo sulle mie pupille e nei miei ricordi.
Mi sono riaddormentata e, non contenta, ho ripreso 
a sognare di quelle lezioni, mi risvegliavo sul banco,
vicino a lui, che mi diceva che gli ero mancata e 
che non era riuscito a studiare.
Mi sembrava carino come sogno erotico,
molto meglio dell’ultimo, in cui mi masturbavo
con un vibratore a forma di Ken: infilavo
la sua testa sorridente in vagina.
Questo però lo racconto un’altra volta.

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Questione di stronzaggine maschile

Insomma ero per strada, col mio bel muffin al triplo cioccolato,
avevo appena finito di formulare un pensiero che suonava così:
Quale problema un muffin non può alleviare almeno un po’?
Sono passata davanti a due ragazzi che hanno detto:
Un muffin… saranno carenze d’affetto!
Io mi sono limitata a girarmi e guardarli male,
ho continuato a masticare, piuttosto che urlare:
E invece voi sempre troppe seghe, eh?
Ho pensato che urlare così non fosse appropriato per una ragazza.
Sarà che è un brutto momento, sarà che oggi è una ricorrenza
che mi mette tristezza e il tempismo di quella battuta
non è stato proprio ideale,
ma a volte gli uomini sanno essere proprio stronzi.
Esattamente come noi donne.

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Libri e sex toys, uno spazio al femminile | Tuba Bazar

Si chiama Tuba, la libreria delle donne di Roma,
e come si poteva chiamare?
E’ un carinissimo locale del quartiere Pigneto, 
in cui la selezione dei libri è tutta al femminile:
Virginia Woolf, Goliarda Sapienza, Saffo…
e poi si possono anche fare acquisti hot,
dato che è fornita di sex toys.
Secondo me sono un’accoppiata vincente,
i sex toys e i libri, intendo.
Mica una donna può leggere sempre.
Poi ha voglia di masturbarsi.
Vuoi mettere toccarsi dopo aver letto un buon libro?
Io l’ultima volta ho preso questo qui, è un molto,
molto bagnato.


Se passate da Roma fateci un salto, 
c’è un bel bar dentro, e la selezione
dei libri merita.
Sacre tube.

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Sull’orlo dell’orgasmo

Stanotte ho sognato che volevo masturbarmi,
ma c’eri tu.
L’ultima volta che l’ho fatto è stato qualche ora prima che 
la mia famiglia subisse un lutto.
Sono passati due mesi e non ho trovato 
il tempo, la voglia e la calma per allungare la mano 
e toccarmi.
Ma ho fatto l’amore con te,
come quella notte in cui sei stato tu ad
allungare la mano nel buio per toccarmi.
E poi hai affondato la testa giù e hai assaggiato
l’umore di ragazza bagnata di fresco.
Ce l’avevi tutto sul viso quell’umore,
e io ti ho baciato perché mi eccita un sacco.
L’abbiamo fatto, io sopra di te a cosce aperte
e tu detti sempre il ritmo del mio piacere,
quando via veloce e io mi ritrovo lì,
sull’orlo di un orgasmo, cercando di non venire.
Ma non riesco a controllare i tuoi movimenti
e non posso fare a meno di cedere all’orgasmo intenso
di te che mi penetri fino alla fine.

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Io come uomo e tu come donna

Io poltrivo a letto, tu in cucina a fare colazione.
Quando mi sono alzata con gli occhi pieni di sonno
sono venuta ad affondare il naso nel tuo collo,
mentre lavavi i piatti.
E c’era l’odore della tua pelle, 
io non credo possa mentire,
se mi piace così tanto ci sarà un motivo;
e poi c’era la tua vita e io che la cingevo
così bene, per tenerti stretto;
e poi c’era il tuo pigiama e io lo so
che non porti niente sotto.
Allora ho preso a toccarti, a stringerti, 
a muovermi contro di te. 
E poi c’era che mi mancavi, 
così quando finalmente ti sei girato verso di me,
coi miei nuovi muscoletti da palestra,
ti ho trascinato verso il letto,
mentre camminavi all’indietro e
perdevi le pantofole come quella lì,
come si chiama, quella che perde la scarpa.
Allora ti ho baciato dappertutto
e poi sì, sono scesa giù.
I ruoli invertiti mi piacciono.

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