Voyeur dei miei orgasmi | Sua Avvenenza

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A Sua Avvenenza piace guardarmi
mentre godo.
Si distende accanto a me e mi tocca.
Appoggiato su un fianco, muove
i polpastrelli sul mio clitoride,
come fossero le corde di uno strumento.
E io ansimo, mugolo piano,
lascio andare gli occhi indietro,
poi mi volto a baciarlo,
perché lo so che non vuole perdersi la scena.
E non vuole perdersi le mie contrazioni,
affonda le dita e io le tengo lì,
perché possa sentire il mio orgasmo.
Poi gli viene duro,
e facciamo l’amore.

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Sua Avvenenza | Racconto erotico #1

Mi trovate al localino vintage di Monti, 

preparo cocktail, sono quella in mezzo ai mazzi di menta.
A volte scopo con i clienti, non sempre.
Stasera è venuto il ragazzo che ho
soprannominato Sua Avvenenza,
ogni tanto si siede qui a bere da solo.
Mi ha chiesto un Rusty nail,
un cocktail fatto di whisky 
e drambuie, un liquore mescolato con miele
e altri aromi tenuti segreti.

Adoro il drambuie, soddisfa la mia fissa per le spezie,
mi fa pensare a vecchie carampane che pestano erbe per
preparare antichi rimedi. Io al massimo pesto il limone,
la menta e lo zucchero di canna.
Sua Avvenenza è veramente un figo,
ha l’aria assente, fredda e mentre lo guardo mi 
sembra di stare al cinema, lo vedo in 16:9.
Si siede al banco davanti a me e io gli servo il cocktail,
alla fine aggiungo pure una ciliegia, una goduria 
con il Rusty nail.
Mi ringrazia a bassa voce
e comincia a bere piano.
Quel cocktail è forte.
Le mie colleghe parlottano di lui,
lo guardano, ridacchiano.
Io mi limito ad agitare le tette davanti al suo 
naso mentre shakero
e non me lo filo manco di pezza.
Sono incasinata, è sabato sera, ognuno 
vuole il suo fottuto cocktail, e io pesto,
diluisco, mescolo, shakero, riempio
i bicchieri di ghiaccio, tanto ghiaccio,
e nel frattempo mi estraneo;
pure mentre stai urlando
che vuoi un vodka lemon
 io penso solo a prepararlo,
come una macchina.
Dopo mezz’ora lui è ancora lì e me ne
chiede un altro. Stavolta mi guarda e alza
un po’ la voce per farsi sentire.
Fa un mezzo sorriso imbarazzato.
Quanto è bello.
Glielo servo, mentre una mia collega
si sporge fino al mio orecchio
per dirmi un po’ di porcate su di lui.
Sorrido e abbasso lo sguardo,
allungo un rum e coca a una ragazza,
A fine turno rimango da sola,
stasera chiudo io. Mi siedo sul gradino
del bancone e bevo anch’io un Rusty nail,
quel tizio mi ha fatto venire voglia.
Il colpo di grazia mi ci voleva,
sono stanca, ho le dita umidicce,
odorano di limone, di menta, ho le unghie piene di zucchero
di canna e le mani appiccicose d’alcol e succo di mirtillo.
Appoggio la testa al bancone,
il cocktail mi rende brilla velocemente.
Sento che entra qualcuno, cerco di ricompormi come posso

– Siamo chiusi, dico in automatico,
poi vedo scarpe e pantaloni scuri. 
Alzo lo sguardo, è lui, lo strafigo del Rusty nail.
– Cosa bevi?
È gentile nei modi e non è smorfioso.
– Il Rusty nail, mi hai fatto venire voglia.
Si accovaccia vicino a me e mi dice che lo
faccio molto bene. Poi allunga la mano verso
di me, la infila sotto la minigonna. Mi tocca piano,
delicatamente, scopre che sono bagnata. Non scopo da
un mese, la foia è con me.
Sento un formicolio
potente e un gran calore, là in mezzo.
Lui mi guarda mentre muove le dita
con gentilezza. Io appoggio il bicchiere e mi godo
il momento. Il tizio si inginocchia, mi dispiace
per i suoi pantaloni, il pavimento fa schifo.
Mi toglie gli slip, li tiene in una mano e avvicina
la testa al mio sesso; prima di infilarla
sotto la minigonna mi lancia un’occhiata.
Bramo un orgasmo.
Liscio, grazie.

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Le mani in gola #Sexystories

Le prime ore dietro al bar profumano di menta un po’ di più,
arriva a mazzi e tocca a me sistemarla.
Poi la pesto tutta la sera, con lo zucchero di canna,
l’odore del rum esala forte, il rito è sempre lo stesso.
In questo locale un po’ vintage di Monti a Roma,
il mojito è una specialità.
Stasera torno al lavoro con dei bei pensieri in mente
e una piacevole sensazione tra le cosce.
Ieri ho preparato cinquantatré cocktail
sotto gli occhi discreti di un ragazzo che
beveva birra. 
Sembra stare bene da solo,
viene al locale da un po’ e riserva
una battuta gentile per chi gli siede accanto,
per me e i miei colleghi.
Dopo il turno mangio sempre un ghiacciolo
fuori del locale, seduta su dei gradini.
Ieri notte, mentre succhiavo ghiaccio 
al sapore di limone, l’ho visto 
salire a cavalcioni della sua vespa blu.
Mi ha guardata, si è fermato ad attendermi.

Ho esitato, lo ammetto, ma poi mi sono alzata
da terra, ho fatto i quattro passi che mi separavano 
da lui e sono salita sulla vespa, in silenzio;
gli ho cinto la vita con le mani, mentre con uno scatto
spingeva verso il basso per accendere il motore.
Mi ha portata nel suo piccolo monolocale che si affaccia
su un terrazzino pieno di piante,
sentivo ancora odore di menta.
Dappertutto.
Mi ha assaggiata piano, al buio, non prima di aver 
percorso tutto il mio corpo con le mani,
per spogliarmi e accarezzarmi.
Un fremito, potente.
Ero tesa verso il piacere.
Ha cominciato a scoparmi,
colpi di bacino lenti e decisi,
e mentre godevo ha posato le mani
sulla mia gola, per poi stringerla con 
una lieve pressione.
Da bambina, quando volevo venire in fretta,
trattenevo il respiro.

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Sogni erotici e un pizzico di Hitchcock

Ecco, stanotte ho sognato che tornavo sui banchi
di scuola, la mia vecchia scuola media,
per imparare non so cosa.
Guardavamo le scene di un film di Hitchcock
e leggevamo passi del libro da cui era stato tratto,
il nostro insegnante era Goffredo Fofi, ‘na cosetta, proprio.
E mentre seguivo la lezione il ragazzo
seduto vicino a me lasciava scivolare
la mano tra le mie cosce, una mano da chitarrista,
con le unghie un po’ lunghe; percorreva i
miei jeans scuri e raggiungeva il mio sesso.
Poi le dita cominciavano a muoversi in tondo, per stimolarmi,
 io mi eccitavo e volevo fargli sapere quanto mi piacesse.
“Vuoi che arrivi all’orgasmo, qui a lezione?”
ansimavo.
Allora ha ritirato la mano, ma, prima di andare via,
mi ha cinto la nuca con un braccio
e mi stampato un bacio sulle labbra, 
come fossimo alle medie.
La cosa che ricordo con piacere era che
sorrideva. Era felice di avermi agguantata.
Mi sono svegliata accaldata, sudata, il sogno ancora
vivo sulle mie pupille e nei miei ricordi.
Mi sono riaddormentata e, non contenta, ho ripreso 
a sognare di quelle lezioni, mi risvegliavo sul banco,
vicino a lui, che mi diceva che gli ero mancata e 
che non era riuscito a studiare.
Mi sembrava carino come sogno erotico,
molto meglio dell’ultimo, in cui mi masturbavo
con un vibratore a forma di Ken: infilavo
la sua testa sorridente in vagina.
Questo però lo racconto un’altra volta.

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La ballata della donna vogliosa

Nuda, in ginocchio sul letto, il mio sesso è umido di desiderio;
il formicolio caldo tra le cosce non mi abbandona un attimo.
Credo che tra un minuto mi toccherò, se rimarrete ancora lì
a guardarmi coi membri induriti; o probabilmente gattonerò
fino a voi e, uno ad uno, vi toglierò quello che avete addosso,
e vi darò le spalle, prona
– prendetemi e scopatemi –
e allora forse capirete.
Allungate le mani su di me, toccatemi i seni,
eccitano persino me, tanto sono sodi e pronti, e i miei capezzoli
aspettano solo di essere toccatti, strizzati, leccati, mordicchiati,
e se a qualcuno verrà in mente di passarci il palmo della mano,
– delicatamente –
l’amerò.
Sono così umida ed eccitata che il vostro pene non faticherà
a penetrarmi, fatelo pure in tutti i modi, con l’indice 
stimolate il clitoride, e lo vorrò fino in fondo.
Datemi un pene in bocca, ché godo di più;
un altro strusciatelo su un capezzolo, ché mi fa impazzire.
Non sprecate seme sulle lenzuola, lo voglio addosso a me,
sulla schiena, sul ventre, in bocca, tra le mani, tra le cosce.
Lo voglio vedere, toccare, io voglio vedere tutto,
perché
– come gli uomini –
sono sensibile agli stimoli visivi.
Fatemi venire più e più volte e nel frattempo spingete forte,
non date requie ai miei seni, alle mie labbra.

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Claudine

Il caldo torrido di quell’afosa giornata l’aveva resa esausta. Si era buttata sotto la doccia per togliersi di dosso la stanchezza, ma ora le sembrava di essere ancora più stanca di prima. Come un automa lasciò che i suoi passi la conducessero dove loro volevano, attraversò la stanza e si adagiò languidamente sul divano. La stanza era in penombra, sopra di lei le pale del lampadario giravano veloci regalandole un senso di fresco sollievo. Sotto quella leggera brezza la sottoveste che copriva le forme sode del corpo si muoveva leggera. E Claudine da quella brezza si lasciò trasportare. Era un dolce sentire quel fremito sul corpo, come se le mani di un uomo invisibile la stessero accarezzando piano. E se lo immaginò quell’uomo, se lo immaginò nudo e possente di mascolinità. E a quel pensiero il suo corpo rispose con un brivido lieve. Un tremore leggero di un leggero destarsi dei sensi si manifestò, e piano, piano, l’avvolse completamente.

Lei rispose a quel richiamo inarcandosi leggermente e con le mani iniziò un dolce tormento ai turgidi capezzoli.
Sovrastandola dal capo del divano, l’uomo la guardò seguendone compiaciuto i gesti. Poi, lentamente si chinò sfiorandole i capelli col suo turgido membro. Lei lo sentì caldo e pulsante, reclinò leggermente la testa all’indietro oltre il bracciolo, fintanto che la sua bocca non poté lambirlo. La lingua svettò sul glande pulsante, lo leccò leggera e fluttuante come una farfalla. A quel contatto lui l’accarezzò lungo i fianchi. Discese piano, e con decisa pressione delle dita le stimolò il ventre per poi proseguire all’interno delle cosce. E lì indugiò fra la folta peluria a sfiorare furtivamente la calda fessura, per poi ritirarsi, e poi ritornare a toccarla con insistenza più ardita; a penetrarla di qualche millimetro, e poi da lei ritirarsi, e in lei ancora rientrare, ancora più in profondità di prima, e con più ardore, in un perverso movimento di stimolazione senza fine. Un rantolo non più trattenuto uscì dalla gola di Claudine. La sua bocca si aprì per dar sfogo al godimento. Non era più padrona dei suoi gesti. Le mani scattaro all’indietro, serrò le natiche marmoree dell’uomo e le spinse verso di sé. Con quel colpo deciso il membro scivolò sicuro dentro la sua bocca. Com’era grosso, e così grondante di desiderio, e passione trattenuta! Lei lo accolse succhiandone la carne, e lo volle ancora di più in profondità nella sua gola. Avanti e indietro, avanti e indietro, ora ritmava i glutei di lui sempre più velocemente, per goderselo più a fondo, per goderselo più a lungo. Dall’altra parte del divano la bocca dell’uomo era un tutt’uno con le carni di lei. La lingua guizzava sopra al turgido bottoncino facendo a turno con le labbra che lo stringevano e lo succhiavano, lentamente, profondamente, e ancor prima di fargli valicare il massimo confine, lo lasciavano libero di ritornare a farsi amare dalla lingua. L’unisono dei due corpi durò per molto tempo, e per altro interminabile tempo ancora. Poi, all’improvviso, scossi dallo stesso impulso, si staccarono l’uno dall’altro. Lui la guardò intensamente col suo sguardo infuocato di desiderio. Lei gli rispose offrendosi a lui: divaricò le gambe e se lo fece calare addosso per una penetrazione che le procurò un urlo che nulla sembrava avere di umano: “Ohhh!!!! noooo!! Mio dio, come ti sento… sìììì!!!”
Ora, colpi frenetici e poderosi la scuotevano tutta.
Le forti mani maschie le serravano i fianchi, la sollevavano, e così facendo, la penetrazione aumentava e la colpiva fino all’estrema profondità della sua carne calda. Un fiume di lava bollente le scorreva dentro e usciva da lei irrorando il pene che instancabile continuava a possederla. Presa dal quel vortice tumultuoso non riuscì più a contare le volte che venne. Ma furono tante, e intensissime, a svuotarla completamente di energia. E mentre pensava di aver esaurito tutto quel che poteva dare, lui la fece girare, la mise a carponi ed incominciò a leccarla dietro. E proseguì a farlo sullo stretto pertugio fra i glutei; la leccò e la penetrò ad arte con la lingua dura, lentamente, ma con movimenti sempre più decisi. E lo fece fino a che non la sentì pronta a ricevere il suo membro.

E quando questo avvenne, un urlo d’orgasmo puro uscì dalla bocca di Claudine e squarciò l’aria mentre milioni di brillanti stelle le esplosero dentro.
E dentro di lei si moltiplicarono in un accecante bagliore senza fine…

… Sopra Claudine girava il vento…

… un fremito sul corpo…
… le mani di lei pregne del suo intimo umore, e poi…
… fu rapita dal sogno.


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Il delta di Venere


Ciao, stacco la spina e mi rifugio nel silenzio, lontano dalle parole e dai rumori del mondo. Vi lascio con un brano tratto da Il delta di Venere, di Anais Nin.
Buona estate a tutti.
Amore


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(…) Egli le toccò la gola e attese. Voleva essere sicuro che dormisse. Poi le toccò i seni e Bijou non si mosse. Con cautela e destrezza le accarezzò il ventre e con la pressione del dito spinse la seta nera del vestito in modo da sottolineare la forma delle gambe e lo spazio tra di loro. Dopo aver dato forma a questa valle, continuò ad accarezzarle le gambe, senza però toccargliele sotto il vestito. Poi si alzo silenziosamente dalla seggiola, andò ai piedi del divanetto, e si inginocchiò. Bijou sapeva che, in questa posizione, poteva guardarle sotto il vestito e vedere che non portava niente. L’uomo guardò a lungo.

Poi sentì che le sollevava leggermente l’orlo della gonna, per poter vedere di più. Bijou si era allungata tutta sul divano con Le gambe leggermente divaricate. E ora si scioglieva sotto il tocco e gli sguardi di lui. Com’era bello sentirsi guardare, mentre fingeva di dormire, e sentire che l’uomo era completamente libero. Sentì che la seta veniva sollevata, le gambe scoperte. E lui le guardava.
Con una mano gliele accarezzava dolcemente, lentamente, godendosele senza problemi, sentendo le linee armoniose, i lunghi passaggi serici che salivano sotto il vestito. Era difficile per Bijou rimanere assolutamente immobile. Avrebbe voluto aprire di più le gambe. Come si muoveva lenta la mano di lui. La sentiva seguire i contorni delle gambe, soffermarsi sulle curve, fermarsi sul ginocchio, poi continuare. Poi si interruppe, proprio prima di toccarle il sesso. L’uomo probabilmente Le aveva guardato il viso per vedere se era profondamente ipnotizzata. Poi, con due dita, incominciò a toccarle il sesso, a palparlo.

Quando sentì il miele che affluiva lentamente, egli nascose la testa sotto la gonna, si nascose tra le sue gambe, e incominciò a baciarla. La sua lingua era lunga e agile, penetrante. Bijou dovette trattenersi dallo spostarsi verso la sua bocca vorace. La piccola lampada emanava una luce così tenue, che Bijou si azzardò a socchiudere gli occhi. L’uomo aveva ritirato la testa da sotto la gonna e si stava togliendo lentamente i vestiti. Era in piedi accanto a lei, magnifico, alto, simile a un re africano, con gli occhi brillanti, i denti scoperti, la bocca umida.

Non muoverti, non muoverti, se vuoi che faccia tutto quel che vuole. Cos’avrebbe fatto un uomo a una donna ipnotizzata, che non doveva intimorire o compiacere in alcun modo?

Nudo, egli torreggiò su di lei e, circondandola con entrambe le braccia, la rigirò delicatamente. Ora Bijou gli offriva le sue natiche sontuose. Egli le sollevò il vestito e le allargò i due monti. Fece una pausa, per riempirsi gli occhi. Le sue dita erano sicure, calde, mentre le apriva la carne. Si piegò su di lei e incominciò a baciarle la fessura. Poi Le fece scivolare le mani intorno al corpo e la sollevò verso di se, in modo da poterla penetrare da dietro. All’inizio trovò solo l’apertura del culo, troppa piccola e stretta per potervi entrare, poi trovò l’apertura più larga. Ondeggiò dentro e fuori di lei per un momento, poi si interruppe.

La rivoltò di nuovo, in modo da potersi vedere mentre la prendeva da davanti. Le sue mani cercarono i seni sotto il vestito e li schiacciarono con carezze violente. Il suo sesso era grosso e la riempiva completamente. Lo introdusse con tanta violenza che Bijou temette di avere un orgasmo e di tradirsi. Voleva prendersi il suo piacere senza che lui lo sapesse. Lui la eccitò talmente con il suo ritmo sessuale incalzante che, quando scivolò fuori per accarezzarla, lei sentì arrivare l’orgasmo. Ora tutto il suo desiderio era teso a provare un nuovo orgasmo. Egli cercò di spingerle il sesso nella bocca semiaperta e Bijou si trattenne dal reagire e aprì solo un po’ di più la bocca. Impedire alle sue mani di toccarlo, impedire a se stessa di muoversi, era per lei un grande sforzo. E tuttavia voleva provare ancora quello strano piacere di un orgasmo rubato, come lui provava il piacere di quelle carezze rubate.

La passività di Bijou lo spinse all’orlo del parossismo. Ormai aveva toccato il suo corpo dappertutto, l’aveva penetrata in tutti i modi possibili, ed ora si sedette sui ventre di lei e le spinse il sesso tra i due seni, stringendoseli intorno mentre si muoveva. Bijou sentiva i suoi peli che strusciavano contro di lei.

E finalmente perse il controllo. Aprì contemporaneamente la bocca e gli occhi. L’uomo grugnì di piacere, le premette la bocca contro la sua e si struscio contro di lei con tutto il corpo. La lingua di Bijou batteva contro la bocca di lui, mentre le morsicava le labbra.

All’improvviso egli si interruppe per chiederle: “Vuoi fare una cosa per me?”
Bijou annuì.

“Io mi sdraierò sul pavimento e tu verrai ad accucciarti sopra di me, e mi lascerai guardare sotto il vestito.” Egli si allungò sul pavimento e Bijou si accovacciò sopra di lui, reggendo il vestito in modo che poi cadesse coprendogli la testa. Egli le prese le natiche tra le mani come un frutto e le passò la lingua tra i due monti, più volte. Poi le accarezzo il clitoride, il che fece ondeggiare Bijou avanti e indietro. La lingua di lui sentiva ogni reazione, ogni contrazione.
Piegandosi su di lui, essa vide il suo pene eretto vibrare a ogni gemito di piacere.

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Rosae, rosàrum, rosis

Ciao, eccomi di ritorno dopo qualche settimana di silenzio. In questo periodo, seppure senza il computer, ho continuato a scrivere per voi. Oggi pubblico un racconto che per me rappresenta una novità assoluta: è il mio primo racconto scritto su commissione. Qualche tempo fa una lettrice del blog mi ha chiesto di scrivere una fantasia erotica ambientata in un certo contesto. A parte un primo momento di perplessità, dovuto al fatto che io quel poco che so scrivere lo so fare solo su mie fantasie, ho accettato con entusiasmo. E con entusiasmo sempre più crescente ho scritto, e continuerò a farlo anche per altre lettrici che vorranno farmi parte delle loro fantasie.
Se volete contattarmi questo è il mio indirizzo mail: [email protected]

Buona lettura.
Amore

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Rosae, rosàrum, rosis

“Rosae… rosàrum… rosis”… l’ora di sostegno al latino era in pieno svolgimento e Daniel, ripeteva con monotona litania ciò che la regola imponeva a conoscenza vera: “rosas… rosae… rosis”. Suor Sophie lo guardava di sottecchi e, con l’ombra di un gentile sorriso sulle labbra, lo esortava a continuare: “Sù, Daniel, ripeti con me: ”Rosae… rosarum… rosis”. Lei, professoressa giovane che doveva essere severa e intransigente, non ce la faceva ad esserlo con quel sedicenne che la confondeva e le procurava un profondo turbamento dell’anima. E la stessa cosa avveniva in lui in modo estremo ed irrimediabile. Fra di loro era così da quell’afoso pomeriggio di piena estate. Daniel non si era presentato all’incontro di ripasso e lei lo stava cercando. Non lo aveva trovato nel giardino, e neppure sotto il Chiosco vicino alla fontana. Allora si era diretta spedita lungo il corridoio che portava alla camera che lo ospitava. La porta era socchiusa, bussò leggermente ma senza ottenere risposta. Lo fece una seconda volta poi, proprio mentre pensava che non fosse neppure lì, sentì dei lievi lamenti giungere dall’interno. Incuriosita accostò l’orecchio al battente, lo aprì un po’ di più, e in quello spiraglio per gli occhi, … vide. Vide Il corpo nudo e candido di Daniel sdraiato sul letto. Vide che lui si stava accarezzando i fianchi e l’inguine, poi lo vide scendere lungo il ventre fino ad arrivare alla sua turgida intimità che svettava imperiosa. Vide che avvolse il membro con le dita, quindi, con una stretta più ferrea, lo vide iniziare un saliscendi lento e armonioso che man mano diventò sempre più veloce e intenso. Quella inaspettata visione la colpì come un pugno violento allo stomaco e le procurò una forte vertigine. Il senso religioso la esortava a fuggire, ma quella scena peccaminosa emanava un magnetismo al quale lei non riusciva a sottrarsi, e lì rimase. Ora percepiva chiaramente i lamenti provenire dalla stanza, poteva vedere bene i gesti sicuri e ritmati del ragazzo e, ancor di più di tutto, vedeva distintamente quel membro dalle grosse dimensioni che sembrava chiamarla, a volerla possedere. A quel pensiero un calore improvviso si sprigionò fra le sue gambe.

Con un gesto inconscio, ma dall’inconscio voluto, si sollevò la tunica portandola fin oltre la cinta e lì la fissò. Poi si appoggiò al muro, divaricò le gambe e con la mano incominciò a sfregarsi la peluria per poi arrivare alla sua carne pulsante e già bagnata d’umore. A quel contatto sentì la fessura dilatata e implorante chiederle una carezza più profonda e convulsa. Carezza che lei non riuscì a negarle: “Ohhh! Mon Dieu! cosa sto facendo?” si ripeteva mentre, con lo sguardo fisso su quel letto, sempre di più aumentava il ritmo della penetrazione. Ora Daniel si era girato sul fianco e in quella posizione lei poteva vedere ancora meglio quella fusione di corpo e sussulti del godimento. Immaginava quel membro pulsante su di lei. Lo vedeva che le sfiorava le labbra e lei che lo lambiva con la sua lingua vogliosa. Si immaginò che se lo faceva scivolare tutto in bocca e a quel pensiero non ce la fece più a trattenersi. Ora erano dita impazzite quelle che le martoriavano il clitoride e che la penetravano profondamente. E mentre faceva questo, aprì la bocca e incominciò a succhiarsi le dita dell’altra mano. Iniziò a farlo con due, poi le dita divennero tre per pareggiare la dimensione del membro che sempre più grosso le appariva.“Oh! Mon Dieu, mon Dieu!!” continuava a dire cercando l’aiuto divino a farla desistere da quella imperiosa libidine. Ma nessun pensiero del divino riuscì a dissuaderla a rimanere immersa in quel fuoco di passione che la faceva ardere e impazzire. Spilli di punte celesti le trafiggevano il corpo e maestose maree la invadevano dentro.“Quale paradiso ci può essere meglio di questo?” Si sentì chiedere nella mente.
“Che Dio mi perdoni… mi perdoni!!”
E mentre aspettava il perdono celeste a quel suo peccare terreno, l’urlo del suo godimento divampò fuori dalle sue labbra, sfiorò il crocefisso appeso e si adagiò sulle angeliche forme di Daniel che colpito da quell’eco si destò dal suo torpore e la guardò. La guardò ammirato ed estasiato, come si può ammirare una madonna.
I loro sguardi si incrociarono, si lessero, si fusero fino a divenire un unico sguardo fatto di complicità e intesa. Non ci fu sorpresa in nessuno dei due, e nulla mutò nei loro gesti. Lei andò verso il letto e si fermò sul viso di Daniel, a toccargli la bocca con la mano con la quale si regalava ancora carezze. Poi allargò le gambe e si sedette sulle sue labbra per offrirsi completamente alla sua lingua smaniosa. Lui la ripagò girandosi fino al punto in cui poté vedere il suo membro bollente essere preda della bocca di Suor Sophie. Ora era un ritmare di una fusione piena. L’uno dentro l’anima sessuale dell’altro, a gustarsi, a godersi, a sfinirsi, fin oltre il limite che l’umano può pensare. E a quell’amplesso di bocche che non trovavano mai stanchezza, si intercalò un sussurro lieve di parole. Un sussurro fatto di carezze parlate per accarezzarsi l’anima, e a riempirsi d’amore il cuore:Rosae… rosarum… rosis… “Daniel, fallo con me… con me…”
Rosas… rosae… rosis… “Sì, Sophie, con te… solo con te…”
E in un attimo, che parve riempire l’eterno tempo dell’universo intero, le onde oceaniche che salivano dentro di loro esplosero in milioni di infuocate gocce che riempirono i corpi di convulsi fremiti. E quell’attimo si compì proprio mentre l’ombra della sera li ricopriva e li accoglieva nel silenzio degli appagati sensi e delle parole.

*****
L’ora di sostegno al latino era in pieno svolgimento. Daniel scrollò la testa e riprese coscienza di sé riaprendo gli occhi. Di fronte a lui altri due occhi, quelli di Suor Sophie, lo fissavano rapiti. L’intensa magia che avvolgeva i loro sguardi sembrava provenire da un mondo lontano, non terreno, mentre sommessi bisbiglii si rincorrevano all’interno di in un infinito ritornello fatto di carezze parlate.

Carezze date per riempirsi di un sogno il cuore… e in quel sogno, perdersi l’anima:

“Rosae, rosarum, rosis”

“Rosas, rosae, rosis”


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Henry e June – di Anais Nin

“…M’incammino su per le scale. Henry mi ferma a mezza strada per baciarmi. Siamo nella stanza. Con la sua calda risata, mi dice: “Anais, sei un diavolo.” Io non dico niente. E’ così impaziente che non ho neanche il tempo di spogliarmi. E qui vacillo, a causa dell’inesperienza, abbacinata dall’intensità scatenata di quelle ore. Ricordo solo la voracità di Henry, la sua energia, la sua scoperta delle mie natiche, che trova bellissime, e lo scorrere del miele, il parossismo di gioia, ore ed ore di coito. L’eguaglianza! Gli abissi che desideravo tanto, le tenebre, la finalità, l’assoluzione. Il fondo del mio essere toccato da un corpo che domina il mio, che inonda il mio, che insinua la sua lingua infuocata dentro di me con tanta potenza. Henry grida: “Dimmi, dimmi quello che senti.” E io non posso.
 
Ho il sangue agli occhi, alla testa. Le parole vengono sommerse. Voglio gridare selvaggiamente, senza parole – grida inarticolate, prive di senso, dal fondo più primitivo del mio essere, che sgorgano dal mio ventre come il miele. Una gioia lacerante, che mi lascia svuotata, senza parole, conquistata, zittita. Dio, ho conosciuto una giornata tale, una tale sottomissione femminile, un tale dono di me stessa che non può esserci più niente da dare.”…

Pubblicato da: Amore 
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