…io, la burrosa e suo marito (parte seconda)…

Dove eravamo rimasti??
Ah si, io e la burrosa siamo tette a tette.
Sento una mano calda che mi stringe il fianco, vogliosa, e non è quella di lei, che mi palpa il seno, ma quella di lui. dietro sua moglie è nudo, infila il cazzo tra le cosce di lei e spinge ritmicamente, sento la sua punta morbida e bagnata lambirmi la coscia.
Oddio ho pure voglia di cazzo, sono un’ingorda.
La bionda burrosa ci sfugge, io e lui per un secondo restiamo a fissarci l’uno di fronte all’altra, mentre lei si alza sulle ginocchia, mi prende per le gambe, mi sfila le mutandine e affonda la testa nella mia vagina umida.
Mentre spinge la lingua dentro di me mi fissa, e io non capisco più nulla. Lui raggiunge le tette di lei, che penzolano e le tocca – come lo invidio – la tocca dappertutto, forse le ha pure infilato un dito nella vagina, perché lei all’improvviso emette un gridolino.
Io muovo il bacino assecondando il mio piacere, contro le labbra di lei, contro la parte inferiore del suo viso, che è tutta umida, la sua saliva si mescola coi miei umori, chiudo gli occhi e mi lascio andare completamente, inseguo l’orgasmo.
Finchè non smette, di colpo.
Riapro gli occhi, giusto in tempo per vedere che lui sta per penetrarmi, prende il posto di lei e prende a scoparmi. 
Spinge lento e deciso fino in fondo, getta gli occhi all’insù e geme senza riserve, gli piacciono le fiche particolarmente bagnate, a quanto pare.
Adoro il suo ritmo e desideravo di essere scopata da un uomo.
Le donne mi piacciono, ma il pene di più.
Non sembra preoccuparsi molto di me, ma il modo in cui mi scopa è perfettamente in sintonia col mio godimento. Guardo lei, adesso è nuda, i seni prosperosi in bella mostra, sembra eccitata mentre ci guarda. Gattona verso di me e mi tocca, mi infila la lingua in bocca, poi lascia penzolare le tette sulla mia faccia e mentre suo marito mi scopa mi riempio le mani di quei seni, lecco avidamente i capezzoli. Lei stuzzica i miei, che sono tasti magici e mi fa venire.
Quella pausa prima dell’orgasmo mi pare un’eternità, un salto nel vuoto e poi il piacere mi travolge, mentre lui spinge colpi decisi contro le mie contrazioni e mi sembra che quell’onda non debba finire più.
To be continued…. 🙂

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…che mentre mi masturbo scrivo racconti erotici…

Mentre mi masturbo cerco di evocare il pensiero più eccitante che posso. A volte però questo pensiero si trasforma in una storia e alla fine, dopo l’orgasmo, è compiuta.
L’ultima volta mi sono ritrovata in viaggio con un’amica, ma senza una stanza in cui dormire, nell’ostello stracolmo.
Una coppietta gentile si è offerta di ospitarmi per qualche notte, da sola, nel letto matrimoniale.
Chissà perché accetto, non ci si può chiedere troppi perché nelle storie, altrimenti si snaturerebbero.
Una notte dopo l’altra, non più di tre, ho modo di respirare il l’odore di questa strana coppia, di sentirmi anni luce lontana dalla mia compagna di viaggio, come se ora il mio viaggio fosse un altro; di ritirarmi in un angolo del letto, di notte, in fuga dal loro calore e di sbirciare le rotondità dei suoi seni, perché lei è burrosa.
Sente che ho voglia di toccarglieli.
Me lo dice con semplicità, una mattina, mentre mangio pane e miele.
Poi, a letto, distesa su un lato davanti a suo marito, mi invita ad allungare la mano verso la sua canotta bianca, troppo larga, lasciva, che cade morbida sulla sua pelle bianca, sui suoi seni prosperosi.
Dietro di lei, suo marito mi nasconde un’erezione, lo so, anzi la struscia contro il suo sedere, ansioso.
Io deglutisco, evito di guardarla in viso, per la vergogna, ma non so fare a meno di attraversare col braccio lo spazio di lenzuola bianche che ci separa e di fare aderire il suo seno al palmo della mia mano.
Caldo.
Il mio palmo è caldo di desiderio, il suo seno è morbido e grande. Il capezzolo si inturgidisce e io lo scopro avida, scostando la canotta.
La guardo, come per chiedere permesso, lei sorride, incoraggiante.
Mi avvicino – la vagina che pulsa – e affondo la testa tra le sue tette, per leccarle, finalmente.
Quanto le ho desiderate.
Non credevo potesse esistere qualcosa di così morbido e buono, dei capezzoli così duri.
Lascio che anche il resto del mio corpo aderisca al suo, voglio il suo ventre. Ma prima la bacio, la bacio con passione, le mie tette toccano le sue, i miei capezzoli li sfrego contro i suoi e la pelle d’oca mi invade la schiena.
E…che dite, continuo?

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Facce da orgasmo

Chi apre la bocca per ansimare, chi si morde il labbro, chi strizza gli occhi e mostra i denti, quasi sempre gli occhi sono ben chiusi, per poi diventare fessure vogliose e gaudenti; le labbra – ci si dimentica di inumidirle – si fanno secche.
A me non piace chi strizza gli occhi.
Voglio dire, mentre vieni io ti guardo e voglio godere del tuo godimento…è bello quando la bocca resta mezza aperta e sfuggono gemiti senza che vengano modulati o dissimulati. 
Se sento che un uomo viene dentro di me e geme…oh, ma cosa c’è di più appagante? …del pensare che sta inondando il mio ventre di seme caldo e pastoso…
E dopo si appoggia tremante alla mia spalla, ansimante. 
Dopo, soltanto dopo si volta per baciarmi e sorridere.
Se ci ripenso…i ricordi degli orgasmi degli uomini con cui sono stata sono bellissimi.
Che faccia fate quando venite, quando state godendo a tal punto che pensate di essere in estasi? 
A me è stato detto che sembro una madonna nera.
Anche io chiudo gli occhi.
Anche io apro la bocca ai gemiti…e giro la testa di qua e di là…lentamente.

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Pubblicato in sex

Rinascita

Qualche giorno fa ho fatto un’esperienza fantastica. L’occasione è stata una gita in alcuni luoghi pieni di sacralità, quelli dove il popolo Etrusco ha lasciato dei segni arrivati fino ai giorni nostri.
In una giornata, insieme ad una decina di persone, accompagnate da uno studioso del genere, abbiamo fatto riemergere i miti della grande Dea della terra e riscoperto l’antica e universale concezione di un’energia primordiale e divina. La cosa più particolare e significativa è stata attraversare un cunicolo etrusco in percorso individuale.
Forse era pensato come un percorso iniziatico, una sorta di rinascita attraverso un canale del parto scavato nella roccia, e l’esperienza è stata veramente rigenerante.
Siamo arrivati, io ed il piccolo gruppo molto eterogeneo, sul posto dopo il percorso della via cava. Eravamo stati preparati a quello che ci attendeva, forse fin troppo. All’inizio nel cunicolo si entrerà in piedi, si starà completamente al buio e senza alcun riferimento, poi circa a metà si comincerà a vedere la luce ma a quel punto il cunicolo si abbasserà sempre più finché per uscire sarete costretti a piegarvi sulle ginocchia.
-. Non ci sono draghi, il drago è dentro di voi, dovete ascoltarlo e farlo uscire fuori.
Così ci disse l’archeologo. – Vi consiglio di non percorrere in fretta la zona buia, ma anzi, di percepire quali sono le sensazioni proprio in quella parte del percorso, prima che compaia la luce.
Sono eccitata e incuriosita, le sfide mi piacciono. Mentre qualcuno discute sull’opportunità o meno di entrare, ed io sto già pensando che voglio essere la prima, un ragazzo mi precede. Bisogna che ci sia qualcuno dalla parte dell’uscita che dia un’aiuto e tenga tesa una corda. Lo farà lui.
Ecco l’ingresso: è stretto e potrebbe effettivamente assomigliare ad una vulva. Non si vede il cunicolo, ma solo una fenditura verticale nella roccia. E’ molto stretta, ci entrerò? Comincio a non essere più così sicura. Sento i passi che rimbombano del ragazzo che è appena entrato, paiono provenire da dentro la montagna, pesanti come quelli di un gigante. Incredibile.
Dopo qualche minuto la voce della nostra guida dal fondo del cunicolo, che grida: – Vai!
Significa che lui è arrivato a destinazione, e che ora tocca a me.
La donna che invece è con noi all’ingresso, mi dà gli ultimi consigli: – Aiutati con le mani, metti le mani sopra la testa e senti la roccia.
Faccio due passi ed è già buio totale. Silenzio totale. Sono dentro la rupe, dentro la montagna. Il fianco destro struscia sulla parete, i capelli si impigliano sulla roccia, la sento sfiorarmi. Già sono così stretta? Se continuo dritto avanti a me percepisco solo un muro di pietra ruvida. E pietra sopra la mia testa. Cazzo. Mi manca l’aria, mi si stringe la gola e il cuore batte all’impazzata. Eccolo qui il draghetto che mi morde lo stomaco. Ora fermati. Ascolta e respira.
Le mani sulla roccia adesso mi guidano, sono come un cieco e le uso come fossero i miei occhi, sento un varco alla mia sinistra e le infilo come una lama in quella fessura. Devo curvare, non camminare diritto, e cominciare ad abbassare la testa. Dopo la curva ecco la salvezza: la luce! Ma il percorso non è ancora finito. Questa è la parte più lunga, percepisco che il soffitto scende progressivamente e mi abbasso fino a terminare carponi. Appoggio mani e ginocchia sulla terra soffice e compio gli ultimi passi sorridendo. Esco e il mio “padre” nel percorso di rinascita anche mi sorride, un’altra mano si tende verso di me e mi porge la corda che devo seguire per continuare, questa volta all’aperto. Il fiume scorre poco più sotto, avverto il rumore dolcissimo dell’acqua ed un senso di quiete mi invade. Mi sento liberata, tanto che decido di rifarlo una seconda volta, e le sensazioni saranno diversissime. Molto più fastidiosa la seconda parte, il dover piegarmi.
La dottoressa all’uscita ci ha spiegato che si fa anche l’esperienza della sottomissione. E’ l’uomo che si sottomette alla natura, al suo volere. Altro bell’ insegnamento. Infatti c’è stato chi, nonostante la difficoltà, non si è piegato carponi. Io evidentemente sono più abituata a stare a quattro zampe!
A parte gli scherzi, è stata un’emozione molto intensa.

Poi stamattina stavo leggendo il libro
Le Dee dentro la donna di Jean S. Bolen, sfoglio le ultime pagine in cerca della bibliografia e mi cade l’occhio su questo paragrafo:

“Attraversare il passaggio stretto e scuro
La maggior parte dei viaggi eroici implica l’attraversamento di un luogo scuro- caverne montane, il mondo degli inferi, passaggi labirintici – per emergere finalmente alla luce. E’ un viaggio che corrisponde al passaggio attraverso la depressione. Nei miti, come nella vita, la viaggiatrice deve andare avanti e continuare a fare ciò che va fatto, deve rimanere in contatto con i compagni di viaggio o farcela da sola, deve non fermarsi e non rinunciare (anche se si sente perduta)deve tenere viva, nel buio, la speranza.
Il buio può rappresentare quei sentimenti oscuri e rimossi (rabbia, disperazione, biasimo, vendetta, tradimento) attraverso cui dobbiamo passare se dobbiamo uscire da una depressione.
E’ un’oscura notte dell’anima, quando, nell’assenza della luce o dell’amore, la vita sembra priva di senso. Sofferenza e perdono, in genere, rappresentano la via d’uscita. Dopo, possono tornare la vitalità e la luce.
Capire che la morte e la rinascita, nel mito come nei sogni, sono le metafore della perdita, della depressione e della guarigione, è di grande aiuto. In una visione retrospettiva molti di questi periodi bui si rivelano come riti di passaggio, un tempo di sofferenza, attraverso cui la donna ha imparato qualcosa di grande valore ed è cresciuta o può essere stata temporaneamente prigioniera, come Persefone nel mondo degli Inferi.”

Ecco, penso proprio di essere rinata un’altra volta.

P.S. quello nella foto ovviamente non è il cunicolo!

©Copyright 2010-2011 I racconti erotici di Vuerre

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I lividi dell’anima

I lividi dell’anima, quanto tempo ci vuole perché guariscano?
Quelli sulla mia pelle, sul mio seno, sul monte di Venere, i segni dei morsi sulla schiena stanno scomparendo. Mi guardo allo specchio e vorrei fossero già cancellati, invece sono ancora lì, a rammentarmi quello che è stato.
E gli altri? Quelli che non si vedono ma fanno più male? Ci vorrà ancora tempo, ed io so aspettare. Come una lumachina chiusa nel proprio guscio, metterò fuori un’antennina e poi un’altra. Poi la testa ed alla fine camminerò di nuovo, ma con la mia casetta a proteggermi, stavolta.
Chi lotta contro i mostri deve fare attenzione a non diventare lui stesso un mostro. E se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te” disse Nietzsche in Al di là del bene e del male. L’abisso mi ha tentato fino a non rendermi conto di essere diventata un mostro io stessa. Anche io ho procurato ferite.
Quando sei dentro un’esplosione rimani abbacinata dai lampi e dai colori, dal vortice che ti solleva in aria, sbalzandoti in alto, stordendoti. Poi, dopo, quando ridiscendi e le schegge ricadono lentamente a terra, le prendi in mano e ti accorgi che sono solo dei cocci di vetro aguzzi, non brillano più. Fanno soltanto male e devi stare attenta a non tagliarti.

©Copyright 2010-2011 I racconti erotici di Vuerre

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