Big girl

Un mio carissimo amico (e non solo amico) sostiene che le donne in carne sono quelle più sessualmente disinibite. Avrà ragione? Mi vengono in mente due-tre amiche cicciottelle ed in effetti sono le uniche con cui parlo liberamente di sesso…
Che ne pensate voi?

©Copyright 2010-2011 I racconti erotici di Vuerre

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©®iⓂiŋi contro l’ṴⓜḁŋĬȚǻ

Una spremuta di arance e un pacchetto di ciùingàm: 4 euro
Un cappuccino e una brioscia: 2,20 euro
Un caffè: 1 euro
Uno spaghetto cacio e pepe a pranzo su uno sgabello e una tovaglietta di carta: 10 euro ( più coperto! )

Stamani alla cassiera della pasticceria che mi ha rincarato la colazione di 10 cent, volevo dire:
“Ci vediamo dall’avvocato, signora”
In realtà la mia intenzione sarebbe quella di portarla al tribunale dell’Aia.
In dieci anni niente è raddoppiato di prezzo quanto un caffè ( e più in generale i generi alimentari in vendita ai bar o ai ristoranti ).
Nel 2000 si pagava un caffeino 1000 lire. Adesso 1 euro.
In compenso abbiamo inventato i mokkaccini. I cappuccioni. I nocciolini.
I… frullamistopardicoglioni!!!
E’ una cosa che mi fa sbarellare. Che non osserva nessun criterio di andamento dell’inflazione.
Pure la stessa benzina è aumentata meno.
Nel mio lavoro pratico gli stessi prezzi di 15 anni fa. E anzi mi viene chiesto di abbassarli.

E ‘sta stronza stamani che fa?
Mi aumenta la brioscia di 10 centesimini???
E poi mi vedo arrivare suo marito col rengeroversportbianco… Un barista col Range Rover.
Cristosanto… Mi piglia troppo male.

Vabbè rifatevi gli occhi va’.
Qui siamo io e Yin, d’estate in un bar.
Era talmente caro che ci hanno tolto le mutande!

Yannngghhh!!! Grrrr!!!


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Con il vento tra le gambe

E’ una fresca sera di settembre. Sono in sella al mio scooter sulla via del mare per arrivare da te. Ho quella gonna di seta chiara a fiori lilla che ti piace tanto, perché puoi percepire la carnosità delle mie natiche attraverso la stoffa leggera.
Al momento di uscire di casa ho tolto gli slip, voglio farti sentire la consistenza ed il calore della mia pelle quando appoggerai le tue mani sui miei glutei.
Si, lo so che farai quel gesto quando mi abbraccerai, ed io adoro la presa forte delle tue mani, come fosse un segno di possesso del mio corpo.
L’appuntamento è vicino alla tua sede di lavoro, hai una riunione che finirà molto tardi stasera. Ti mando un sms:

– Sto partendo ora, sono con lo scooter e senza mutande, sto… venendo!

Invio… e sorrido, pensando alla tua espressione quando lo leggerai, perché so che non potrai muovere un muscolo.
Esco dalla città, pochi chilometri e già comincio a percepire la salinità della brezza marina nelle narici, l’aria è frizzantina ma tiepida. La mia gonna sale svolazzando sulle cosce, sollevandosi fino a scoprire il bordo delle autoreggenti nere. Un vortice risale tra le gambe, mi accarezza le labbra nude, assaporo un piacevole senso di libertà. Arrivo a percepire le vibrazioni del motore sotto di me, il calore ed il contatto della pelle della sella, come se fossi nuda. Si, nuda, perché la seta leggera è una barriera troppo sottile. Ho i brividi…mi piace questa sensazione, come se la moto fosse viva, palpitante… un animale che si fa cavalcare da me.
Una macchina mi sorpassa, tento di abbassare il bordo della gonna con la mano sinistra, controllo dallo specchietto per essere pronta a fare lo stesso gesto quando ne vedo arrivare altre. Ma la strada è buia e pericolosa, non sempre posso distogliere una mano dalla guida. Così decido di lasciare che le mie gambe si scoprano fin quasi all’ inguine, c’è poca luce e probabilmente nessuno noterà la cosa. O forse si, e l’idea di essere osservata comincia ad eccitarmi.
Bello… bella quest’aria che mi lambisce, come un amante indiscreto… immagino sia tu a farlo…più su.. ancora più su… mi accarezzi con un fresco tocco, lieve ed impertinente. Sei tu vero?
Rivoli d’aria come tante invisibili dita sulle mie labbra aperte, umide.
E questo continuo vibrare… come un sensuale massaggio sulle mie parti più vulnerabili… comincio ad avvertire il mio clitoride che pulsa… i capezzoli si inturgidiscono mentre il cuore batte più forte, sono in preda ad una strana euforia. Rallento, prendo fiato. Calma … devo stare calma. L’orlo della gonna scivola verso il basso.
Arrivo a destinazione sotto l’effetto di una eccitazione costante, il pensiero di te mi ha accompagnato fin qui. Scendo dallo scooter…i miei umori colano sulle gambe mentre rimango lì in piedi per qualche minuto, finché scorgo da lontano la tua macchina che si avvicina.
Ti accosti, parcheggi accanto a me sul bordo della strada e scendi:
– Ma sei tutta matta! – dici mentre mi abbracci forte, le tue mani aperte sul mio culo a premermi contro il tuo sesso eretto. Amo quando fai così, adoro percepire quanto mi desideri mentre mi stringi. Mi fai sentire tua. Poi mi sussurri all’orecchio:

– E’ mezz’ora che sto così, da quando ho letto il tuo messaggio…-
– Anche io… –

Il calore del tuo alito mentre mi parli piano mi procura ulteriori brividi. Poi la tua bocca scende sul mio collo, ci appoggi appena le labbra baciandomi delicatamente.
– Dai, togliamoci da qui in mezzo alla strada che va a finire male! Seguimi con lo scooter.

Risalgo in sella con il cuore che batte forte, proseguendo il mio gioco nel mostrarti le gambe aperte, stavolta sono io a sollevare l’orlo della mia gonna mentre mi osservi dallo specchietto retrovisore. Non so cosa riesci a vedere, ma vedo i tuoi occhi verdi e questo mi basta.
Ed eccoci a casa ora, mi prendi la mano e saliamo i pochi gradini affannati.
Apri la porta.. il tempo di chiuderla, mi rigiri e mi ci appoggi sopra.
Ti abbassi, mi sollevi la gonna ed affondi la tua testa e poi il tuo naso nel solco tra le mie natiche… le separi con le mani mentre avverto la punta della tua lingua che lambisce i miei umori.

– Mi farai impazzire… mi farai impazzire…-

Rimango così, in silenzio, con le mani appoggiate alla porta mentre scivoli dentro di me mentre vorrei dirti che io… io … sono già pazza di te!

©Copyright 2010-2011 I racconti erotici di Vuerre

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Lo stupro della ragioniera

Bella ragioniera palermitana viene stuprata brutalmente da un collega: un racconto erotico a tinte forti che sicuramente piacerà a molti!

Suonò il citofono, era lei, di ritorno dall’ospedale. Per fortuna il
peggio era passato e suo padre era migliorato notevolmente. Era venuta
per portarmi dei documenti visto che in ufficio non era venuta. Aprii
la porta aspettando che salisse per le scale e puntualmente la vidi
spuntare da sotto: gonna nera sul ginocchio, camicia bianca attillata
e scollata, scarpe con tacchi, gioielli. Ci salutammo come sempre, con
un semplice ciao e per prima cosa andò in bagno con una certa premura,
ma senza farlo notare, come fa chi dalla mattina non ha ancora avuto
l’opportunità di liberare la vescica. Intanto mi rimisi al computer
dove via messenger stavo da una mezz’oretta parlando con una mia
vecchia amica, Angela, una donna meravigliosa, moglie e madre
esemplare, che avevo conosciuto via chat qualche anno fa e con la
quale avevo peraltro avuto una breve storia. Le scrissi che era
arrivata Rita e lei, sapendo la passione che nutrivo per lei, mi disse
che quella era l’occasione buona e che potevo stare tranquillo che ci
sarebbe stata, convinzione alla quale era arrivata dopo che le avevo
inviato alcune foto di lei; Angela, donna molto intelligente, aveva un
fiuto enorme per l’indole della gente e vedendo quelle foto, aveva
concluso che una faccia come quella di Rita, soprattutto in una delle
foto, non poteva essere che quella di una grande troia, una cagna in
calore in cerca di cazzi, una baldracca d’alto borgo, di quelle che lo
fanno per soldi; una con quella faccia, aveva sempre sostenuto Angela,
ha sempre sete e certo non di acqua. Uscita dal bagno, si mise vicino
a me e mi disse se potevo spiegarle una cosa di computer. Ci mettemmo
a lavoro ma, ad un tratto, si voltò verso di me e mi chiese se suo
padre sarebbe guarito. Le risposi di stare tranquilla, che tutto stava
per risolversi. Abbasso lo sguardo e scoppiò a piangere in modo
violento, un pianto liberatorio, lungo, senza pudore. Mi si strinse il
cuore e rimasi alcuni secondi come paralizzato, non sapendo che fare.
Mi ricordai di una cosa che mi aveva suggerito Angela: coglila in un
momento di debolezza, non potrà difendersi. Vidi la sua mano ancora
sul mouse che tremava sotto la violenza del pianto. Poggiai la mia
mano sulla sua, senza pensare, la distesi dita con dita: era morbida,
liscia, sensuale, calda e profonda. La tenni sulla sua chiamandola per
nome e dicendole un dai, non fare così. Lei non reagì alla mia mossa;
staccai la mia mano e la portai alla sua guancia destra alzandole un
po’la testa; aveva gli occhi pieni di lacrime, mi guardo dicendomi
scusami, scusami mentre mi avvicinavo; un metro e settantotto, corpo
atletico, capelli castani scuri, lievemente mossi, occhi grandi
castani ed un grosso naso aquilino che copriva ancor di più di fascino
il suo viso; leggermente truccata. Mi avvicinai, mentre si scusava
ancora, la guardai, mi piaceva come non mai; sentivo le dita bagnate
dalle sue lacrime, calde abbondanti; scusami disse ancora, ma ero
troppo vicino per non sentire il suo alito, in tutta la sua pienezza.
Dio che sensazione quell’alito; sarei stato a respirarlo per sempre.
Come era possibile un odore così irresistibile uscire da una bocca;
vidi le sue labbra, ed i denti, bianchi, con un grosso spazio tra gli
incisivi superiori. Fui preso dal desiderio, un desiderio
irresistibile che mi offuscò il senso! Il resto fu quasi automatico ed
inevitabile. Tenendole sempre la mano sulla guancia, la guardai
intensamente negli occhi e poi mi avvicinai a lei e contemporaneamente
avvicinai la sua testa a me; quindi poggiai le mie labbra sul suo
labbro superiore, liscio e succoso e lo baciai leggermente, una ,
due , tre o forse quattro volte, poi poggiai le mie labbra alle sue,
facendo una lieve forza. Non so perché, né come, ma lei non opponendo
resistenza aprì le labbra e permise alle mie di aderire alle sue ed
alla mia lingua di entrare nella sua calda bocca. Trovai un alluvione
di calda saliva, abbondante, buonissima di sapore ed impregnata di
alito. Leccai la sua lingua calda e viscosa, il suo palato, le sue
gengive, i denti, poi ancora lingua, lingua, lingua. Finimmo sul
divano, lei senza dire una parola, io senza staccarmi dalla sua bocca.
Le baciai e leccai il collo e le orecchie, il viso e poi ancora la
baciai in bocca voluttuosamente, bevendo la sua preziosa saliva. Lei
ci stava, ci stava. Mentre limonavamo, la stringevo a me e anche lei
mi abbracciava. Ci guardammo negli occhi, poi le sfiorai i seni
attraverso la camicia bianca attillata. Lei, assecondando le mie
intenzioni, la sbottonò e se la sfilò in un attimo. Un reggiseno
bianco. Lo accarezzai e poi lo tolsi sfibbiandolo da dietro. Madonna
che vacca pensai: due grosse tette turgide, una terza o quarta con
ampie areole brunastre e capezzoli di medie dimensioni, scuri,
turgidi. Le accarezzai i seni delicatamente, facendomi strada tra le
tre collane che le abbellivano il petto: una collana in oro giallo a
grosse maglie, pesante, corta, che le cingeva il collo da cigno, un
filo di perle coltivate, le stesse di quelle degli orecchini che
portava, di media grandezza, che le scendeva sui seni, un’altra
collana di oro giallo, sottile, che finiva con una piccola croce,
anch’essa in oro giallo. Passai le dita sulle areole corrugate e sui
capezzoli che si indurivano; poi la baciai ancora in bocca. Scesi con
la lingua sul collo e poi ancora giù sul quel ben di dio. Iniziai a
leccare e succhiare come un pazzo. La lingua prima sulle areole
intorno ai capezzoli, poi velocissimamente sui capezzoli che poi
succhiavo avidamente. Lei teneva gli occhi chiusi e gemeva. Di tanto
in tanto risalivo e ricominciavo a limonare. Le tolsi la gonna e la
distesi sul divano. Avvicinai la mia testa ai suoi slip ed appoggiai
il naso per sentire i suoi odori. Era un odore pungente, buono ma non
ottimo, un odore tipico della fica che non viene lavata dalla mattina;
d’altra parte era stata in ospedale diverse ore e quindi era naturale
che non fosse più pulita. Le palpai la vulva attraverso gli slip che
poco dopo divennero bagnati. Tolsi gli slip ormai fradici: rimase
nuda, rivestita solo da gioielli; le allargai le cosce. Lei mi fermo
la testa che già stava scendendo e mi confesso di essere vergine.
Ancora vergine a 39 anni! Ma in fondo l’avevo sempre sospettato. Anni
prima aveva frequentato uno dei suoi datori di lavoro: uscivano la
sera tardi dopo le 23, con la scusa che lui amava uscire di notte, ma
in realtà il motivo era che lui prima usciva con la sua fidanzata, sua
attuale moglie e poi andava da lei a svagarsi i calli. Avevo pensato
che lui sfruttando la sua ingenuità ed inesperienza l’avesse rotta, ma
mi sbagliavo. Sicuramente lui aveva conosciuto la sua lingua prima di
me, ma di altro non ho prove! Allargai le grandi labbra di quella
vulva boscosa e localizzai la clitoride, di medie dimensioni,
rossastra e filante; sotto il buco era semichiuso dall’imene, del tipo
a semiluna; le piccole labbra leggermente grandi e corrugate, il tutto
coperto da abbondante colata filante. Iniziai con dito indice a
titillarle la clitoride e lei iniziò a respirare in modo affannoso.
Mentre la masturbavo ci baciammo ancora stando fianco a fianco, questa
volta con le lingue fuori dalle bocche, che si contorcevano in modo
voluttuoso. Iniziai a leccarle la vulva: Un sapore fortemente acidulo
mi riempì la bocca, il tipico gusto della vulva, un po’ più intenso a
causa delle molte ore di assenza di pulizia a causa di forza maggiore!
la mia lingua leccava le piccole labbra, l’imene e poi si soffermava
sulla clitoride che veniva leccata e succhiata; leccavo e
contemporaneamente bevevo la sua colata calda e filante. Lei ansimava
e si contorceva come una zoccola. Mi alzai e mi tolsi la maglietta.
Lei si avvicinò ai miei jeans e mi palpò il promontorio che si era
creato. Abbasso i pantaloni velocemente e poi le mutande. Mi ricordai
che non mi lavavo dalla sera prima e provai un po’ di imbarazzo. Ma
quel leggero fetore tipico dell’asta dopo diverse ore dall’ultimo
lavaggio, non sembrò allontanarla, anzi attrarla. Il mio uccello era
diventato enorme come non mai. Il glande era grosso, liscio e
violaceo. Iniziò a masturbarmi guardandomi con lo sguardo da
prostituta preciso a quello di una delle foto: quindi lo prese in
bocca, iniziando a succhiarlo: evidentemente da come lavorava di bocca
capivo che non era la prima volta che assaggiava un fallo. Introduceva
lo zufolo sette, otto volte in bocca, in fondo, fino all’ugola, poi lo
tirava fuori e lo leccava avidamente. Mentre suonava il piffero, io le
portai la mano dietro la nuca aiutandola nei movimenti e dandole quel
ritmo particolare che serve in questi casi! Continuò a spompinarmi per
alcuni minuti, facendo tipici rumori con la bocca. Ero indeciso se
sborrarle in bocca e farla ingoiare oppure infilargliela davanti!
Presi la decisione anche perché mancava poco——la fermai dalla nuca e
tirai fuori il mio sfollagente dalla sua bocca; non ero ancora venuto,
ma la sua lingua era piena di una secrezione filante, molto odorosa e
ricca di spermatozoi, il secreto prostatico, che è il primo ad uscire.
Ingoiò quel po’ di sostanza come se nulla fosse–.La feci distendere:
Rita, la mia collega, completamente nuda davanti a me: che fica pelosa
che aveva, che sventola ragazzi che era, che troia; non potevo
staccarle gli occhi di dosso. Adesso volevo scoparla—-.: misi le sue
gambe sopra le mie spalle. A quel punto lei disse no. Non voleva, era
vergine e voleva darsi solo a suo marito, quando sarebbe stata l’ora.
Mi ricordai delle parole di Angela, che saggia che era quella donna:
se è troia quanto penso ad un certo punto si fermerà, ma tu cerca di
raggirarla con l’inganno! E così feci: le dissi che l’avrei masturbata
poggiandole il mio campanile senza penetrarla: si fidò di me
rilassandosi e dicendomi di continuare così dolcemente. Poggiai il mio
glande sul suo orifizio e per un po’ la masturbai con movimenti di
strofinio. Lei era eccitatissima e subito dopo se ne venne senza fare
troppo chiasso. La sua venuta mi eccitò ancora; baciai la vergine per
l’ultima volta, poi affondai il cannolo contro la sua imene che andò
in frantumi e le entrai dentro in vagina. Lanciò un urlo di dolore
misto alla rabbia del tradimento, seguito da un no profondo. Iniziai a
montarla come si fa con una vacca: inevitabilmente iniziò ad ansimare
nuovamente. Io sembravo impazzito: mentre la cavalcavo iniziai ad
insultarla chiamandola puttana, sgualdrina, zoccola, pulla, baldracca,
succhiacazzi e cammarera; mi supplicò di non venirle dentro, ma fu una
preghiera che non venne esaudita: non venivo da una settimana, potrete
immaginare: ebbi un orgasmo violento e le eiaculai dentro
copiosamente, riempendole completamente la vagina. Mentre sborravo,
provai sensazioni indimenticabili ed impossibili da descrivere.
Ci calmammo un attimo, ma ero ancora in erezione e carico di
desiderio. Lei mi guardò e mi disse in lacrime che ero un bastardo:
era rossissima in viso, con la fica che scolava di sperma, furibonda,
con la bava alla bocca. Mi tirò un’unghiata con la mano destra
lasciandomi quattro profondi graffi sul petto. L’afferrai e cercai di
metterla a pancia sotto chiamandola sgualdrina. Oppose resistenza; fui
costretto a darle un colpo di karatè sul lato destro del torace, tra
le costole, per bloccarla. Il dolore fu devastante che quasi le si
fermò il respiro. La posizionai alla pecorina: che culo che aveva!
Iniziai a sfiorarle il solco tra i glutei, poi pian piano giù fino
localizzare il buchino che iniziai ad accarezzare pian piano; dopo un
po’, sempre dolcemente, dopo averlo lubrificato con la saliva, infilai
il mio dito indice dentro il canale anale: era stretto come tutti gli
ani ancora integri, non ad usum al coito. Avvicinai la mia faccia al
suo naso e sentii l’odore del suo buco posteriore, forte, tipico
dell’ano; chi è dedito a leccare l’ano della compagna prima di
incularla, mi potrà capire. Iniziai a leccarlo ritmicamente ingoiando
la saliva dopo che la stessa si era insaporita; quindi appoggiai il
glande inumidito con la saliva. Feci pressione, ma niente. Feci una
pressione maggiore con molta forza pian piano la punta entrò dentro,
un colpo ancora e la parte superficiale dell’anello muscolare
sfinterico si fratturò internamente, permettendo al mio bastone di
entrarle tutto dentro nell’intestino. Lei urlò dal dolore. Iniziai la
monta e mentre la inculavo ritmicamente le palpavo le tette da tergo,
facendomi strada tra le collane che portava. Essendo venuto da poco,
l’inculamento di Rita durò a lungo; il buco poco prima stretto, adesso
era abbastanza dilatato. Lei ormai esausta e rassegnata a subire lo
stupro non opponeva più resistenza. Ad un tratto si voltò verso di me
e con gli occhi pieni di lacrime mi supplicò di smetterla. Le arrivò
un mal rovescio sulla guancia accompagnato ad insulti. Poco dopo venni
e le sborrai nel retto che si riempii. Estrassi la verga dal suo
intestino e continuai ad eiacularle sulla schiena coprendola di calda
e bianca sborra che subito le spalmai addosso. Mi distesi sul divano
con il flauto che finalmente si afflosciava divenendo innocuo. Stavo
tornando in me: che avevo fatto, solo ora me ne stavo rendendo conto:
le dissi mi dispiace, mi dispiace. Lei si alzò, sanguinante sia dalla
vulva che dall’ano: pochi minuti prima vergine illibata adesso si
ritrovata rotta davanti e di dietro. Si rivestii; cercai di
trattenerla, ma invano. Andò via senza una parola, ne uno sguardo.
Che avevo fatto! Nooooooooo, non era possibile, non poteva essere
successo. Avevo violentato la mia collega! Continue reading

Latenza del dolore

Immaginiamoci un astronauta spedito a distruggere una cometa a migliaia di anni luce da noi.
Le sue parole sarebbero più o meno queste:
“Fra pochi minuti tenterò di distruggere la cometa. Quando voi mi starete ascoltando, la mia missione sarà già compiuta. Spero di uscirne vivo “.
Dopo qualche istante vedremmo un puntino brillare e sparire.
Solo dopo qualche giorno, quando il clamore della cosa sta gia svanendo, udiremmo l’urlo disperato dell’astronauta incaricato di distruggere la cometa minacciosa, che risuonerebbe in noi con una possenza evocativa enormemente più potente, proprio in ragione del ritardo con cui viene percepito.

E’ così pure quando muore un amore.
Quando ci chiediamo se il nostro amore sia ancora splendente, quando prendiamo consapevolezza dei dubbi sul suo stato, l’amore è gia morto.
Se ci domandiamo se l’amore è morto, non ci sono dubbi: è morto.
La domanda stessa è il suo certificato di morte.

Istantaneamente non è mai doloroso.
E’ una presa di consapevolezza che si svolge in una sorta di anestesia locale.
Come sbucciare un arancia immersi in una trance, mentre tutt’intorno si scatena l’inferno. Un piccolo acufene, un ultrasuono, mentre castelli rovinano al suolo distrutti da uno sbadiglio di troppo.

L’urlo arriva solo molto dopo.
La cognizione del dolore, come il titolo del libro del grande Gadda, arriva con una latenza talmente lunga, che lo spettro dell’effetto anestetico è svanito.
Ci arriva addosso con tutto il suo carico di vuoto che annichilisce.
Non c’è scampo da quel contrappasso.

Questa cosa pensavo stamani, immobile davanti allo specchio mentre non mi facevo la barba ormai davvero molto lunga.

Yang

La sinapsi ( poco ) malata:
Cosa mi porta a mettere Patrick Watson che canta “Amara Terra Mia” di Domenico Modugno?
Beh… E’ un pezzo che parla di abbandono, e soprattutto sono un fanatico di Patrick Watson. E’ talmente pieno di talento, simpatico e umile che mi fa prendere in considerazione di farmi gay. Stavo navigando sul Tubo godendomi le sue splendide canzoni ( se amate Jeff Buckley non potete mancarlo ), quando mi sono imbattuto in questa chicca fenomenale. L’atmosfera che è stata catturata in questo video è di una naturalezza che mi ha fatto venire le lacrime agli occhi. E poi… ma chi è quel ragazzo sullo sfondo che sfodera quel falsetto micidiale a metà del brano?
Altro link che mi lega a Patrick è la barba.
Ma la mia è più lunga.

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