Lode alla Zucchina

La zucchina fa parte della famiglia delle cucurbitaceae. Composta al 95% di acqua contiene pochissime calorie e si presta a diversi usi, in cucina e non… Con l’apertura dei mercati è possibile trovarla nelle nostre tavole in tutte le stagioni anche se nel nostro emisfero raggiunge la propria maturità nei mesi caldi. Questo ortaggio è utilizzabile al 98% dal fiore al frutto produce pertanto pochissimi scarti. Nella nostra cucina viene impiegata per la preparazione di succulenti piatti ed è stata per un lungo periodo amica fedele di giochi erotici. C’è stato un tempo in cui, in mancanza di oggetti fallici alternativi, mi aggiravo nei reparti ortofrutta del supermercato con una elevata dose di eccitazione per sceglierne di consone allo scopo. Il supermercato infatti è un luogo sorprendentemente eccitante per l’elaborazione di fantasie erotiche. Dalla spesa senza mutandine nella speranza che qualche occhio indiscreto potesse cadere sulle mie grazie e provocare un’erezione, all’incontro con uno sconosciuto che mi possedesse nei bagni o nei magazzini, ho sempre fantasticato parecchio per la gioia reciproca mia e di Yang. Spesso in questi momenti ci siamo confrontati telefonicamente così che lui potesse sentire dal tono della mia voce l’ eccitazione crescere sempre più e non sono mancati momenti in cui sono riuscita a coinvolgerlo al tal punto da portarmi a compiere qualche eccitante pazzia. La selezione della zucchina è proporzionale al grado di eccitazione, consistenza, diametro e prestanza hanno spesso condizionato i miei orgasmi in solitaria. Ultimamente con l’arrivo di “Giulio” (gentile dono fallico di Yang per appagare il mio appetito) la zucchina trova impiego prevalentemente in tavola, ma di tanto in tanto non disdegno il ritorno al passato!!!

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Racconto di incesto con mamma e figlio

Questo racconto di incesto tra mamma e figlia è stato scritto da Mammina68

Matteo si piegò su se stesso, soffocando un gemito. Una fitta di dolore
gli lancinò il cervello come una lama d’acciao.
Tornò a guardarsi il pene eretto che sporgeva dal ventre. Dalla punta fino
a metà era di un colore rosso acceso. Rinunciò subito all’idea di toccarsi
ancora.
Chiuse il rubinetto senza aver ancora toccato l’acqua ed uscì dal bagno.

< fa ancora male? > lo apostrofò la madre osservandolo incedere
claudicante.
< un po’–anzi sì, decisamente. E’ molto arrossato >
< ti sei lavato bene? >

Matteo arricciò il naso in una smorfia di disgusto < lo sai che non ci
riesco. Mi fa troppo male >
Giuditta Merkel, quarant’anni ben portati e uno sbarazzino ciuffo biondo
sulla fronte gettò con impazienza lo straccio con cui stava lucidando
l’ennesima stoviglia < avanti calati le braghe e fammi vedere >
< ti prego moglie, ho diciotto anni, mi vergogno! > si lamentò Matteo con
la voce ridotta ad un sospiro
< non fare lo scemo, sono tua madre. Avanti spogliati >
Il ragazzo a malincuore rientrò in bagno. Si slacciò nuovamente i
pantaloni e li abbassò alle ginocchia. Con un dito abbassò i boxer, e
facendo attenzione a non toccarlo espose il pene bene in vista.
Era mattina presto ma l’aria già risuonava dei rumori tipici del risveglio
di un giorno feriale. Lo scalpiccio sulle scale della signora del piano di
sopra accerchiata dalla sua torma di marmocchi vocianti, l’odore di caffè
e cornetti caldi che saliva dal bar sottostante.
Lo sferragliare sulle rotaie del 736 ricordò a Giuditta che era già
abbastanza tardi. Avrebbe dovuto fare in fretta.
Inforcò gli occhiali che le penzolavano dal collo e reggendosi al lavabo
si inginocchiò davanti al piccolo membro che penzolava inerte su un lato.
Il vano era molto angusto, lo spazio bastava appena per due persone in
piedi. Giuditta, con lo spigolo del bidet in una costola, dovette
necessariamente avvicinarsi molto al pene del ragazzo.
Una zaffata di orina e umori corporali la investì in pieno. Ma quando
avrebbe imparato a curare di più la propria igiene personale? Scosse il
capo con disapprovazione e tentò di sollevarlo delicatamente con il dorso
della mano.
Era decisamente molto infiammato. La pelle che lo ricopriva era tesa e
lucida, di un colore che dal rosso stava degenerando in viola.
Ignorando le proteste del figlio, lo fece sedere sul bidet ed aprì il
rubinetto. Una cascata di acqua si riversò sul pene in mille bollicine
azzurro pallido.
< Lo sai che dobbiamo pulirlo anche sotto la pelle, no? >
< No! lì no, non ce la faccio. Mi fa un male atroce>
< userò l’ovatta e lo farò piano, ok? >
Matteo strinse i denti quando la madre scoperchiò con cura il glande dalla
pelle che lo ricopriva. Poco dopo sentì il sapone liquido bagnarlo subito
seguito dall’ovatta che la madre trascinava sul glande in fiamme.
Lo pulì con cura e al termine lo cosparse interamente di una crema
biancastra, estremamente densa. Quindi lo ricoprì tirando la pelle fin
sulla punta.
< è cortisone > aggiunse < quindi dovrebbe agire abbastanza in fretta. Già
stasera dovresti stare meglio >
Giuditta era infermiera professionale e per le cose di questo tipo,
preferiva sbrigarsela da sé. D’altronde era sola. Il padre di Matteo
l’aveva lasciata quando lui era piccolo ed era abituata a fargli anche da
padre.
Sbrigò in fretta le ultime faccende, accompagnò Matteo alla fermata della
metro e si perse nella nebbia mattutina mischiandosi alle altre migliaia
di insetti che popolavano quel termitaio chiamato Milano.

Rimase indeciso per un po’, rimirandosi il pene già parzialmente eretto.
Il rossore era quasi scomparso. Ne rimaneva solo un piccolo strascico
attanagliato in un cerchietto sulla punta.
Matteo valutò rapidamente se arrischiarsi in una veloce masturbazione. Era
da quattro giorni che non lo faceva, un piccolo record per lui.
Il rumore della chiave nella toppa lo sollevò subito da tale impervia
decisione.
Si stava ancora abbottonando i calzoni che il già il volto, arrossato del
freddo, di sua madre fece capolino
< come va ? aspetta non rivestirti, mi spoglio e vengo a dare un’occhiata >
Quando tornò aveva indosso la solita corta gonna nera che usava in casa.
Sua madre si cambiava completamente quando tornava. Per non portarsi
appresso il puzzo e lo sporco di fuori, diceva.
Si stava ancora abbottonando la blusa, dai lembi spuntava fuori un
reggiseno a tinte floreali, abbastanza trasparente da lasciar vedere
chiaramente le due piccole aureole dei seni.
Si inginocchiò nella stessa posizione del mattino, inforcò gli occhiali e
scrutò da vicino il pene. Era visibilmente migliorato, ma andava ripulito
dagli ultimi rimasugli della crema del mattino, lavato bene e cosparso
nuovamente di crema.
Aprì il rubinetto e come il getto d’acqua ebbe raggiunto la giusta
temperatura vi bagnò il pene. Matteo la lasciava fare leggermente
imbarazzato. Si vergognava a farsi vedere nudo da sua madre ma ancor di
più si vergognava a dipendere da lei per queste cose. D’altronde da solo
non avrebbe mai trovato il coraggio di lavarsi ed ungersi in quel modo.
Anche quando si masturbava, infatti, Matteo non scopriva mai completamente
il pene. Lo menava da sopra la pelle, lasciando che questa seguisse il suo
ritmo, diradandosi solo un po’ in punta quando la mano andava giù.
Sentì le dita della madre toccarlo delicatamente. Gli teneva il glande tra
pollice e indice mentre con l’altra mano lasciava scorrere giù la pelle,
fino a scoprirlo del tutto.
Come al mattino lo lavò delicatamente, pulendo bene la zona intorno
all’orifizio urinale e proseguendo poi sul resto dell’asta.
E poi successe.
Che Matteo non fosse più nelle condizioni del mattino, la madre se ne era
accorta subito. Insieme all’infiammazione se ne era andata anche la
precedente quieta morbidezza inerte. Già da prima che lo toccasse il pene
era decisamente più turgido, poi con stupore crescente Giuditta l’aveva
sentito lievitare nella propria mano, fino a che aveva assunto l’aspetto
di una vera e propria erezione.
L’aveva guardato sbigottita, con il pene gonfio che pulsava nel palmo come
animato da vita propria.
Matteo aveva subito distolto lo sguardo, e subito una violenta vampata era
salita ad imporporargli il viso.
Passato il primo momento di sorpresa, Giuditta pensò fosse meglio non
aumentare il già pesante imbarazzo e continuare come se non fosse successo
niente. L’aveva asciugato con attenzione, l’aveva fatto sedere verso di
lei ed aveva iniziato a spalmargli delicatamente la crema sul pene.
Matteo la lasciava fare, non protestava neanche più quando gli toccava il
glande nudo, ma l’erezione non accennava minimamente a placarsi, anzi il
membro sembrò farsi ancora più duro.
Per non tormentarlo inutilmente con manipolazioni troppo spinte, prese a
stendere la crema con il polpastrello del solo dito indice, nel modo più
lieve che le riuscì. Ma anche così lo sentiva indurirsi e sobbalzare ogni
volta che passava il dito sul filetto sotto il glande.
Ascoltando il respiro corto e affannato del figlio, all’improvviso
Giuditta capì:
suo figlio stava godendo.
E la causa di quel piacere inaspettato era lei o meglio quel che lei gli
stava facendo con le mani.
Come a dar conferme ai suoi pensieri, una goccia di liquido gelatinoso
comparve sulla punta del pene brillando come una goccia di rugiada.
Carezzò il pene con il palmo intero. Lasciò scivolare il pollice
nell’altro verso, finchè non si congiunse con l’indice. Matteo sospirò un
lamento soffocato.
Un pensiero gli soffiò come un alito di vento attraverso il cervello.
Prima che potesse ripensarci serrò il pugno della mano e strinse con tutta
la forza che aveva in corpo.
Matteo lanciò un gemito, ma rimase fermo, aggrappandosi con forza ai bordi
del bidet. Giuditta fece scendere la mano verso il basso con un movimento
esasperatamente lento. Sentì che il figlio la assecondava, protendendo il
ventre verso di lei.
Risalì e riscese. Attese.
Alzò lo sguardo verso il figlio, come a cercarne il consenso. Matteo si
stava guardando, affascinato e incredulo, il proprio pene, stretto nella
mano della madre.
Reggendosi al bidet Matteo, dette una spinta. Si tirò indietro e spinse di
nuovo. La madre serrò il pugno e gli scese incontro.
Ben presto il movimento divenne frenetico. Matteo ansimava e muoveva il
ventre in modo troppo scoordinato perché la madre potesse seguirlo.
Giuditta perse ben presto il ritmo. Stava ancora cercando di sincronizzare
il polso quando all’improvviso Matteo eiaculò, colpendola sul viso.
Si ritrasse d’istinto mentre un secondo violento schizzo di sperma
saettava nell’aria. Giuditta lo sentì bagnarle i capelli e colarle, caldo
e vischioso, sulla fronte.
Mentre con la mano cercava di mantenere un certo ritmo, con l’altra
cercava affannosamente un asciugamano con cui pulirsi.
Con la coda dell’occhio vide altri schizzi zampillare disordinatamente
nell’aria attorno a sé. Dovette reprimere un conato di vomito, quando
avvertì il sapore disgustoso dello sperma insinuarsi nella bocca.
Quando finì calò una pesante coltre di silenzio. Giuditta lasciò andare il
membro, ancora gocciolante e si pulì il viso dalle tracce di sperma che
Matteo le aveva rigurgitato addosso. Si alzò malferma sulle gambe. Altre
chiazze lordavano il pavimento e il lavabo.
Matteo si stava ricomponendo. Aveva l’aria affranta di un pulcino bagnato
< Cosa abbiamo combinato moglie ? > mormorò impaurito con voce
improvvisamente tornata infantile.
Giuditta si fermò sulla soglia. Increspò le labbra in un sorriso
affettatamente innocente
< Cosa? abbiamo messo la crema naturalmente, che altro? > Continue reading

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Inculate

La penetrazione dietro è un qualcosa che ho capito che può piacere molto sia
a noi maschietti che alle nostre fidanzate. Io non ho avuto molte esperienze
ma tutte molto belle. La prima volta è stata fantastica.

Eravamo in cucina all’ora di pranzo. Soli. Lei stava cucinando ai fornelli
indossando un bel grembiule bianco. La giornata era di primavera inoltrata
ed un caldo tepore entrava dalla finestra. Il sole illuminava l’ampia
cucina.Ci eravamo alzati tardi quella mattina. Regnava una piacevole calma
ed un silenzio non usuale per quanto fosse domenica.Lei mi aveva chiesto se
quanto stava cucinando era di mio gusto ed io, con la scusa di risponderle,
mi sono avvicinato a lei come a curiosare tra le pentole. Lo spazio era
poco, il piano cottura piccolo e mi sono messo alle sue spalle. Da dietro ho
cominciato a stuzzicarla. Baci ed abbracci.

Lei era impegnata e non poteva opporsi e questo mi eccitava molto. Così,
dopo averle sbottonato per bene la camicetta, prima le ho palpato bene le
tette (una terza abbondante) strizzandole e tirandole più volte i capezzoli,
poi le ho tolto il reggiseno. A quel punto il gioco si è fatto interessante,
mi sono eccitato per la situazione che si stava creando, e lei pure. Il
cazzo nelle mie mutande era ormai bello duro e lo sentivo pulsare.
Stringendola a me le avevo dato modo di sentire tra le natiche la mia voglia
di chiavarla. Le ho sfilato le mutandine e poi la gonna lasciandola solo con
la camicetta aperta e il grembiule da cucina (di quelli fatti a salopette)
che le copriva sia i seni che la sua micetta ma lascianole scoperto il
culetto a mandolino.

Sempre da dietro l’ho accarezzata in mezzo alle gambe trovandola già tutta
bagnata. Lei continuava a cucinare facendo finta di non essere minimamente
distratta dalle mie carezze. Dopo averle messo due dita dentro la fica
fradicia, le ho portate vicino alle sue labbra chiedendole di assaggiare.
Senza aspettare un attimo me le ha leccate anzi succhiate ben bene, e con
grande trasporto!

“uhm, buono!” ha esclamato. “Assagglia anche tu”. Non aspettavo altro. Le ho
spinto due dita fin dove potevo stantuffando un pò di volte energicamente
per far uscire il suo nettare. Il sapore della sua fica calda in bocca era
fantastico, il gusto piacevole segno di un buon godimento.

Mi sono allontanato e sono andato a prendere una banana un pò acerba, lunga
e dura, dritta e grossa (hai presente?). Le ho chiesto se le piacevano le
banane e lei mi ha detto lascivamente “molto”. L’ho lavata bene e mi sono
avvicinato alla mia fidanzata rimasta sempre alle prese con i fornelli per
preparare il pranzo ma penso sopratutto in attesa degli sviluppi delle mie
fantasie. Non credo si aspettasse qualcosa in particolare ma credo fosse
disposta a stare al gioco fino in fondo. Per recitare bene la sua parte,
dapprima ha cercato, senza riuscirci, di rimandare ad altro momento e luogo,
blaterando mille scuse e deboli giustificazioni, poi si è lasciata andare.

Le ho messo la banana vicino alla bocca chiedendole di leccarla per bene.

Doveva essere molto eccitata perchè ricordo che non l’avevo mai vista così
appassionata con la lingua. Sapeva come provocare la mia eccitazione.
Insieme a letto stavamo proprio bene, facendo scintille e riuscendo a fare
l’amore parecchie volte durante ogni rapporto.

Con una mano le ho allargato le gambe e con l’altre ho fatto scorrere la
banana sulle schiena poi sulle natiche, lentamente fin in mezzo alle grandi
labbra. Mi ricordo il suo gemito. Era molto grossa ma la voleva dentro
tutta. Ad ogni spinta ne entrava un pezzettino di più. Allora la sfilavo per
spingerla nuovamente dentro. Nel frattempo io con l’unica mano libera mi ero
aperto la cerniera dei pantaloni e avevo liberato il mio sesso. L’erezione
era al culmine, la cappella rosso fuoco era bella gonfia. Il pensiero era di
sfilare la banana dalla sua fica sostituendola con il mio cazzo che non
desiderava altro che infilarsi in quella bella, calda ed umida caverna.

Successe che era già così bagnata dovunque che il sentire il mio sesso tra
le sue gambe aveva ulteriormente aumentato la sua eccitazione provocandole
una copiosa sborrata. Mi ritrovai dentro di lei in modo così naturale che
non dovetti faticare molto ad entrare fino a metà. Da una parte sentivo la
banana che continuavo a far andare su e giù, dall’altra avvertivo il piacere
di lei crescere senza controllo. Le ero entrato nel culo senza accorgemene.
Era già venuta forse una decina di volte ma continuava a venire a
ripetizione ad ogni mio colpo doppio. Molto bella la sensazione di sentire
che lo voleva tutto fino in fondo anche nel culo, fino ad allora vergine ed
intatto. Le sue pareti stringevano il mio sesso come non avevo mai provato.
L’eccitazione era alle stelle e così lo spinsi dentro con forza, con
violenza, fino in fondo. Arrivammo insieme all’orgasmo e per un attimo
perdemmo i sensi rischiando di finire sopra ai fornelli accesi.

E la banana ti chiederai? Aveva detto che le piaceva e così, a fine pasto,
gliel’ho fatta mangiare. Cosa che ha fatto con molta sensualità e malizia.
Così siamo poi finiti a letto un’altra volta! Continue reading

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Racconti di umiliazione: la cameriera

Suonai il campanello, aspettai alcuni attimi e sentii un ticchettio di
passi avvicinarsi.

Quando terminarono capii che qualcuno aspettava lì dietro, presi la
busta dalla mia tasca e la infilai sotto la porta. All’interno di essa
c’era una mia dichiarazione controfirmata da un avvocato in cui
dichiaravo che entravo di mia spontanea volontà all’interno
dell’abitazione situata in via Delle Rose 46 ed all’interno di essa mi
sarei fermato per un periodo variabile compreso tra un giorno ed un
mese. Mi impegnavo a non divulgare quello che avrei visto, sentito o
vissuto all’interno dell’abitazione. Il contratto non avrebbe avuto
alcun valore se avessi ricevuto menomazioni permanenti durante il mio
servizio, la Signora si impegnava in tal senso.

Timidamente fu aperta e mi si presentò davanti una cameriera, o
meglio, una persona con una divisa di cameriera, il sesso
probabilmente era femminile dalle fattezze del corpo, i fianchi
leggermente larghi, la vita molto stretta, i seni abbastanza
pronunciati coperti completamente dalla divisa. Portava una maschera
femminile di buona fattura che copriva completamente la testa, il naso
era ricoperto dalla maschera che sembrava entrare anche all’interno
delle narici.
La bocca era costituita da due labbra femminili abbastanza carnose e
rosse tenute aperte da una pallina di gomma rossa che faceva da
bavaglio. Si poteva vedere una leggera umidità ai bordi delle labbra.
I capelli erano biondi, lunghi, sicuramente costituiti da una
parrucca, scendevano sulle spalle. Gli occhi erano delle lenti ben
fatte al di sotto delle quali si poteva intravedere il movimento degli
occhi reale.
La divisa era costituita da una gonna nera molto lucida sopra al
ginocchio probabilmente in latex, la gonna saliva lungo i fianchi dove
iniziava una divisa bianca con al di sotto una camicetta nera con
alcuni pizzi sui bordi.La camicia era allacciata fino al collo dove
ricopriva leggermente un collare abbastanza ingombrante che sembrava
lasciare pochissimo movimento al collo.Al di sotto della gonna si
potevano vedere delle calze nere e lucide, molto pesanti che
fasciavano il ginocchio e scendevano giù, alle caviglie dove un paio
di scarpe decoltè dal tacco altissimo quasi sembravano spezzare in due
il piede. Dei laccetti adornavano ogni scarpa dove si potevano
intravedere dei piccoli lucchetti chiusi ai loro estremi.

Le braccia erano coperte da lunghi guanti di gomma neri, molto fini,
ai polsi dei bracciali con alcuni anelli legati ad essi, gli stessi
anelli erano presenti vicino alle caviglie, sul collare e si
intravedevano dal di sotto della camicetta.

Entrai, nella casa, l’ambiente era poco luminoso, ero in una stanza
arredata in modo molto moderno, stile essenziale, lineare, elegante.
La cameriera chiuse la porta e mi indicò di togliermi i vestiti e di
appoggiarli all’interno di un cesto di vimini. Iniziai a svestirmi
mentre sembrava fissarmi attraverso i suoi occhi di plastica
inespressivi. Con un po’ di vergogna tolsi le mutande e mi ritrovai
completamente nudo. Il cesto venne preso e portato via dalla cameriera
mentre mi trovavo in piedi in mezzo alla stanza, stavo per seguirla ma
con un gesto mi indicò di rimanere dov’ero.

Al suo ritorno mi condusse in un bagno dove mi stava aspettando una
vasca piena di acqua fumante, mi indicò di entrarvi, ma prima mi mise
sugli occhi una benda che non mi permetteva di vedere nulla. L’acqua
era molto calda ed aveva un forte profumo di sali, iniziò a
massaggiarmi ed a grattarmi con una spugna molto grezza, prima le
braccia, poi il busto, le gambe, il viso e la testa.
La cameriera si allontanò dalla stanza per un tempo che non riuscii
bene a definire, quando tornò mi fece mettere in piedi, mi mise delle
polsiere alle mani e mi legò in piedi sopra alla vasca. Iniziò quindi
una lenta opera di depilazione con un rasoio, prima le gambe, poi con
delicatezza ma con molta decisione la parti intime, ogni tanto con lo
spruzzo della doccia puliva le zone su cui stava operando. Busto e
schiena vennero puliti velocemente, poi ascelle, quella poca barba che
mi rimaneva, ultimo passaggio la testa che venne ripulita
completamente dai capelli presenti.

Io cercai di dire qualcosa, di porre una domanda ma subito venni
schiaffeggiato sul viso.

Finita la depilazione mi sganciò dalla vasca e mi legò le mani dietro
alla schiena e mi fece sdraiare per terra. Sentii che qualcosa veniva
inserito su per l’ano, del liquido caldo iniziò ad entrare nel mio
intestino, il calore avvampò il mio sedere, mi sentivo scoppiare.
Venni quindi fatto sedere su un water dove non riuscii a trattenermi,
la cameriera allora iniziò a schiaffeggiarmi con violenza, io capii
che dovevo cercare di trattenere il liquido il più possibile, non
sapevo per quanto tempo poiché la cameriera non poteva
comunicarmelo.Di nuovo venni fatto sdraiare ed un altro clistere venne
eseguito, questa volta però la schiava mi salì sulla schiena e capii
che dovevo resistere fino a quando lei non si sarebbe rialzata. Dopo
un periodo che sembrava interminabile sentii che il peso su di me si
alleggeriva, venni guidato sul water dove potei alleviare le mie
sofferenze.

Questa attività durò per svariato tempo, fino a quando la cameriera fu
certa che il mio culo fosse completamento pulito e lindo.

Venni slegato, gli occhi vennero liberati dalla benda, mi vennero
indicati degli asciugamani con i quali potevo asciugarmi ed un bidè
dove potevo sciacquarmi, io mi guardai in un grande specchio presente
nel bagno. La pelle era rossa, irritata dalla depilazione, non era più
presente nessun pelo sul mio corpo che era a chiazze rosa e rosse in
base alla forza con cui il rasoio aveva tagliato i peli.

Una volta asciugato venni condotto di nuovo nell’ingresso, dove aprì
un cesto con della biancheria all’interno. La cameriera mi fece cenno
di stare immobile mentre ne tirava fuori il contenuto, mi avrebbe
vestito lei con gli abiti adatti al mio nuovo lavoro.

Iniziò da un paio di collant neri molto elastici, sentivo che la
cameriera faceva un certo sforzo nell’infilare la calza lungo la mia
gamba, sentivo una compressione molto forte che partiva dalla caviglia
e via via proseguiva lungo le mie gambe.

Le calze avevano due aperture, in quella frontale fece passare il mio
pene che in quel momento era eretto ed eccitato, la seconda apertura
era posizionata dietro in corrispondenza dell’ano.

Dopo la prima calza la cameriera mi squadrò per un momento e ne tirò
fuori una seconda, dello stesso tipo, che iniziò nuovamente con più
facilità ad infilare sulle mie gambe, la pressione questa volta era
notevole, sentivo che le gambe e le chiappe erano prese da una morsa
molto forte, mi sentivo completamente fasciato.

Dopo quest’ operazione la cameriera prese una cinghia dal cesto, era
una cintura di castità in cuoio e metallo che obbligava il pene a
stare nella posizione a riposo, mentre cercava di fissarla piegò il
cazzo in due facendomi male per riuscire ad infilarlo in una
gabbietta, vidi che la cintura presentava anche un fallo nella parte
posteriore che mi venne infilato a forza e con dolore su per il retto,
sentivo il culo che stava bruciando e stava esplodendo e non potevo
fare nulla per poter diminuire tale sensazione.

Le cinghie vennero strette e fermate tramite un lucchetto abbastanza
ingombrante, sopra alla cintura vennero infilati un paio di mutandine
femminili rosa con pizzo e ricami floreali, il tessuto era molto
sottile e si poteva tranquillamente intravedere quello che stavano
coprendo, quell’ indumento nella sua inutilità era forse il più
umiliante tra quelli che fino a quel momento avevo indossato.

La cameriera mi fece infilare un paio di scarpe molto alte, del suo
stesso tipo, nere, altissime, lucide, sentii che le mie dita formavano
quasi un angolo di 90 gradi con la pianta del piede, le scarpe
avvolgevano la caviglia ed erano fermate con dei piccoli lucchetti che
ne impedivano la rimozione.

Vennero poi incollate delle protesi femminili sul seno, sentii mentre
le posizionava che il mio capezzolo veniva inserito all’interno di una
piccola cavità che sembrava avere una dentellatura.

I capezzoli finti erano molto grandi e marroni, la cameriera ne prese
uno con due dita e schiacciò.

Sentii che la pressione delle sue dita veniva trasferita sul mio vero
capezzolo tramite una specie di piccola pinza dentellata che mi fece
contorcere dal dolore.

La cameriera ripetè l’operazione sull’altro capezzolo e sembrò quasi
che provasse piacere nel vedere che la pinza svolgeva il lavoro
correttamente.

Sopra i seni finti saldamente incollati al mio petto mise un reggiseno
nero che li spingeva verso l’alto, sentii che il contatto con la pinza
aumentava anche se a riposo non stringeva il capezzolo e non provocava
dolore.

Sopra al busto arrivò il corsetto, abbastanza alto, partiva dai
fianchi ed arrivava a coprire una parte del mio nuovo seno, era
steccato con lacci sulla parte posteriore e ganci sulla parte
frontale.

La cameriera fece cenno di appoggiare le braccia alla parete della
stanza, capii subito perché, con colpi vigorosi iniziò a stringere i
lacci del busto che molto velocemente stringeva i mie fianchi, ad ogni
espirazione la cameriera dava una stretta, sentivo che il tessuto e le
stecche schiacciavano le cinghie della cintura di castità che per
fortuna erano molto piatte.

Tentai di trattenere il fiato e di opporre con i muscoli addominali
una minima resistenza.

I colpi arrivarono improvvisi ed inaspettati, prima su un fianco poi
sull’altro, il dolore che provai fece sì che il poco fiato che
trattenevo uscisse e che i muscoli doloranti si smollassero
permettendo un’ulteriore stretta del corsetto.

Dopo aver piazzato il busto mi fece cenno di girarmi e di muovere
qualche passo, mi sembrava di non aver mai imparato a camminare prima
di quel giorno, le gambe tremanti, il busto rigido, i piedi
insicuri,il cazzo che eccitato era stretto in una gabbia, il dolore ed
il calore che ad ogni passo si sviluppavano dal mio culo mi
infondevano molta insicurezza.

Dopo alcuni passi la cameriera fece cenno di fermarmi, prese dal cesto
dei guanti di plastica nera lunghi fino al gomito che mi fece
infilare, poi prese una camicetta nera con pizzi e merletti sul
davanti molto attillata sul giro vita, dal tessuto spesso e me la fece
indossare.

A questo punto mi indicò di seguirla, e mi condusse davanti ad una
porta in legno molto scura e massiccia, bussò in modo deciso.

– Avanti! –

La cameriera aprì la porta e mi fece entrare nella stanza. Era uno
studio, con un tavolo ovale in mezzo alla stanza, i pavimenti erano in
marmo, sulle pareti alcuni stucchi contornavano le finestre, il
soffitto presentava alcuni disegni, un tappeto orientale quadrato
copriva un angolo della stanza e due pesanti lampadari stile art decò
pendevano dal soffitto.

La signora stava aspettando seduta su una poltrona di pelle, il suo
look con mia sorpresa era molto normale e poco sexy, pantaloni neri ,
camicetta bianca, giacca e stivali con tacco normalissimo neri, la
statura era normale, i capelli neri e lunghi fino alle spalle, il viso
abbastanza piacevole che lasciava intravedere alcune rughe intorno
agli occhi.

– Finalmente sei arrivata! Dolly , la mia attuale cameriera, tra due
giorni smetterà di servirmi, e tu sarai la sua sostituta, se tu non
fossi venuta avrei dovuto chiedere alla poverina di servirmi ancora
per qualche settimana.

Dolly, la cameriera, sembrò essere presa da un tremito nelle gambe.

– Tu oggi entri al mio servizio principalmente per il tuo piacere, no
è vero?

Ma non è detto che l’idea che ti sei fatta della tua permanenza
coincida con la mia, sarebbe molto grave che una stupida serva possa
avere le stesse idee e gli stessi pensieri della sua padrona, non
trovi?

– Sì padrona – risposi

– Bene, mi eviti le solite noiose lezioni su come e quando si deve
rispondere.

Devi sapere che il tuo servizio ha tre obiettivi importanti:

Migliorare la tua educazione, mantenere questa casa in ordine,
eseguire qualunque mio ordine.

L’ordine di importanza è il seguente:

Uno: devi obbedire a qualunque mio ordine qualunque cosa esso
comporti. Non ti preoccupare, saranno tutti ordini che una stupida
serva come te con tanta fatica e tanto impegno riuscirà a portare a
compimento, se non ci riuscirai vorrà dire che non ti sarai dedicata
completamente a me, e questo comporterà delle conseguenze

Due: questa casa deve essere mantenuta in ordine, dovrai occuparti di
tutte le attività che riguardano l’ordine e la pulizia. Ogni tanto
potrai anche servirmi in cucina anche se ho dei dubbi sulle tue
capacità culinarie. Non vorrei che tu mi avvelenassi!

– Tre: è meno importante, la tua educazione. Se avanzerà tempo e se ne
avrò voglia cercherò di migliorare i tuoi modi e le tue maniere. La
tua divisa, non ancora completa, mi aiuterà in questo compito. Le
brave ragazzine devono avere una certa postura e devono sapersi
muovere e camminare “a modino”.
Hai domande? Non pormele.

Cerca , con furbizia , se ne sei in grado chiaramente, di introdurre i
tuoi argomenti quando rispondi ad una mia domanda. Non essere prolissa
però, non ho la pazienza che tu invece dovrai dimostrare di avere.

E’ chiara la prima parte del discorso, devo ripetere qualcosa?

– E’ tutto chiaro, Signora.

– Bene, ora ti elencherò come in generale la tua giornata si svolgerà

Sveglia alle ore 5.30. Ti sveglierai da sola, ti alzerai, rassetterai
la tua camera, andrai in bagno dove ti farai un clistere, ti laverai,
ti depilerai da eventuali pelurie presenti, indosserai la divisa che
tra poco completeremo.

Tutti gli indumenti potranno essere messi senza l’aiuto di altri, per
il bustino sarà compito tuo stringerlo il più possibile da sola,
penserò poi io a completarne la chiusura. Dovrai comunque utilizzare
l’apposito allacciatoio che troverai nella stanza.

Dopo esserti vestita potrai consumare la tua colazione, hai una
piccola dispensa a disposizione in cui potrai di giorno in giorno
portare gli avanzi di cui io ti farò dono.

A volte, la sera, ti verrà consegnata una borsa che conterrà alcune
variazioni sulla tua divisa, potrai aprirla solo al mattino e non
prima, potresti anche trovare delle istruzioni scritte se crederò che
tu non possa capire l’utilizzo di quello che ti verrà fornito.

Dopo esseri vestita inizierai le faccende meno rumorose, stai attenta,
non amo essere svegliata prima del tempo.

Alle 7 verrai a svegliarmi, dovrai aver preparato la colazione come
Dolly ti mostrerà, mentre io la consumerò tu dovrai attendere mie
disposizioni nella stanza.

Alle 9 in genere esco di casa, tu in mia assenza dovrai eseguire i
lavori in casa ed aspettarmi.

Non ti elenco cosa dovrai fare perché credo che tu possa immaginarlo:
cucina, camere da letto, pavimenti, giardino etc etc.

Alle 13 mi servirai il pranzo e quando avrò finito potrai pranzare tu.

Alle 17 ti concederò una pausa di 15 minuti.

Alle 19 la cena.

Alle 23 potrai ritirarti nelle tue stanze dopo che ti avrò liberata
dai lucchetti, lì dovrai spogliarti completamente, mangiare gli avanzi
che ti avrò donato, lavarti, lavare gli indumenti che risulteranno
essere sporchi,ricorda, hai un solo cambio e a me non piacciono al
mattino le sguattere sporche o con cattivi odori prima di lavorare!

Prima di andare a letto indosserai il bustino notturno che dovrai
stringere il più possibile.

A volte, di notte, potresti essere chiamata, dovrai presentarti entro
5 minuti vestita con calze, scarpe, gonna, camicia e bustino notturno.
Non importa che tu indossi il corsetto diurno o gli altri accessori
che tra poco conoscerai..

Ascoltavo come incantato la voce della mia padrona, sapevo che per
giorni avrei sentito solo le sue parole e seguito i suoi ordini

– Devi sapere che ogni mia cameriera ha un nome di battesimo, tra poco
ti comunicherò il tuo. Non voglio assolutamente sentire nominare il
tuo vero nome di battesimo, è sbagliato, è un nome maschile mentre tu
sei una serva.

Ora completeremo la tua divisa.

– Dolly! Porta la borsa!

Dolly si mosse molto velocemente ticchettando sui tacchi alti, tornò
dopo un minuto con uno scatola abbastanza ingombrante fra le braccia.

La padrona iniziò ad inserire le mani nella scatola

– Questo sarà il tuo nuovo volto, è una maschera femminile che come
vedi è uguale a quella che porta Dolly, dovrai portarla in ogni
momento della tua giornata lavorativa.

La padrona si avvicinò ed iniziò ad infilare la maschera sul mio viso,
era fatta di latex liscio color pelle, dietro presentava dei lacci che
ne permettevano la chiusura che vennero subito stretti attorno alla
mia testa. La maschera scendeva fino sul collo dove si stringeva per
adattarsi ad esso.

– bene bene – disse la padrona – il tuo aspetto sta migliorando
sensibilmente, tu chiameresti queste operazioni “femminilizzazione
forzata” ma sai bene che di forzato in questo momento non c’è nulla.Ci
sono solo due passioni , la mia e la tua, che si sono incontrate.

Ora metterò una bella parrucca femminile sulla maschera, per te ho
scelto capelli neri, il biondo di Dolly mi ha stancata.

La parrucca venne posizionata sulla testa e fermata grazie a del
velcro in cima alla maschera.

– Ora metterò qualche lucchetto, in modo da allontanare qualunque tua
tentazione di alleviare le tue sofferenze. Avrai lucchetti alle scarpe
perché tra poco inizieranno a farti male i piedini che non sono
abituati ai tacchi che ti ho imposto

Ti metterò un lucchetto sul bustino, per evitare che tu non segua i
meie consigli per quanto riguarda la tua linea. Avrai un lucchetto che
bloccherà il collare che tra poco ti metterò, non vorrei che durante
il servizio tu abbandoni il tuo nuovo viso.

Tirò fuori un collare con scritto sopra un nome : “Elena”, era simile
a quelle di Dolly, una volta posizionato bloccava il collo e rendeva
impossibile la rimozione della maschera.

Il lucchetto fermava sia la fibbia che stringeva il collare sia la
maschera sottostante.

– Bene, ora ti infilerai a divisa da cameriera costituita da gonna e
giacca nere, la cuffietta bianca sopra alla testa, il grembiule bianco
da legare ai tuoi fianchi. Tra poco farai un giro con Dolly che ti
spiegherà quali sono i tuoi compiti nel dettaglio.

Vieni Dolly! Ti tolgo il bavaglio. Avrai molte cose da dire alla tua
nuova collega!

Mi raccomando, parla solo delle attività da svolgere, NESSUN ALTRO
DISCORSO, sai che posso ascoltare quando voglio quello che dici.

Ci vediamo tra un’ora in questa stanza.

Dolly mi accompagnò e mi fece vedere tutte le stanze della casa, non
entrammo solo in una dove mi disse che era una stanza privata della
signora.

Vi era anche una soffitta dove però non andammo, la padrona , mi disse
Dolly, non gradiva che vi si salisse per la nostra incolumità ,
saremmo potute cadere dalle ripide scale!

La casa era disposta su due piani, con un seminterrato adibito a
cantina. Vi scendemmo e l’aspetto era abbastanza sinistro, la porta
era molto pesante, le pareti erano ricoperte con un materiale morbido
e giallino, sulla stanzone principale adibito a cantina si
affacciavano alcune porte di acciaio chiuse con un lucchetto.

Al nostro ritorno dal giro turistico rientrammo nella stanza della
signora.

Vidi con sorpresa che in un angolo della stanza erano stati riposti
alcuni accessori per le pulizie.

Una scopa, un cassettino porta polvere con bastone, un piumino per
spolverare.

La padrona mi arrivò dietro di noi silenziosamente, mi toccò il culo
con la sua mano e la infilò sotto la gonna.

– Controlliamo che Dolly abbia fatto un buon lavoro con la cintura,
non vorrei che il tuo minuscolo pisellino scappi dalla gabbia.

La mano prese la gabbia sotto la gonna e la strattonò con forza, le
cinghie si tirarono sui fianchi, il lucchetto fece rumore ed il dildo
che avevo nel culo si mosse un po’ ma la gabbia non si staccò dal suo
posto.

– Bene, ora inizierai le tue prime pulizie – prese la scopa e me la
mise in mano, poi mi fece piegare in due, alzò la gonna e con una
manovra secca sganciò il fallo dalla cintura e lo estrasse dal mio
culo, prese la cassettina per raccogliere la sporcizia e la posizionò
appoggiata per terra in mezzo alle mie gambe aperte, lo sportellino
era rivolto in avanti e potevo vederlo con i miei occhi.

Il bastone della cassetta era lungo circa un metro ed era più spesso
nell’impugnatura dove era posizionato un but plugg, con un gesto
deciso lo infilò nel mio culo e si assicurò che non uscisse.

– Bene, ora dovrai scopare i pavimenti di tutta la casa con la scopa
che tieni in mano, avrai finito solo quando vedrò la cassettina ai
piedi delle tue gambe piena di polvere, solo allora, se ne avrò
voglia, ti toglierò il bastone, e mi raccomando, NON farlo uscire, non
sai cosa potrebbe accaderti…. Continue reading

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